La filastrocca di Cuore Contento:
aveva due amici, ne credeva cento.
Ne aveva raccolti di incontri e legami,
a cui dedicarsi, col cuore e le mani:
purtroppo gli avevano sempre insegnato
“l’amore non capita, va guadagnato!”
Perciò senza sosta, con gioia e premura
cercava degli altri di prendersi cura.
Aveva capito, sentendolo dentro,
che era essenziale mettere al centro
non l’egoismo e non la finzione,
ma regalare quel tempo e attenzione
che fa di te fra gli altri, nel quotidiano intrico
non uno come tanti: uno chiamato amico.

Ciascuno della vita, si sa, ha i suoi disegni,
sempre più in balia delle noie e degli impegni,
ma non è il tempo tolto a chi ti vuole bene
a rendere più lievi le incombenze o le tue pene.
Anzi, del poco tempo che ci è concesso avere
l’amico è come l’acqua che riempie il tuo bicchiere,
come l’ora d’aria che allarga il tuo respiro,
come chi, con la sua stima, ti fa alzare il tiro.

Per questo chi è convinto di fare bene senza
danneggia se stesso più che un’influenza;
chi crede l’amicizia una cosa non da adulto,
prima che all’amico, è a sé che fa un insulto:
trascurare gli amici porta dentro carestia,
e la sciatteria del cuore è peggio di una malattia.

A Cuore Contento brucia assai la lontananza
ma la scusa, l’assolve, mantiene la speranza
che in quell’occasione, o per quel bel motivo,
l’amico tanto caro ritorni a farsi vivo.

Ma passano il tempo, e la buona e la cattiva sorte:
nulla riporta in vita le sue amicizie dalla morte.
Così, alla fine, sai che resta a Cuor Contento?
L’amaro in bocca e un pugno di vento.

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