Ti portano in giudizio senza torto.
Non per tutti rimane aperto un porto.
Condannano chi non ha aperto bocca
Dai media la violenza retorica trabocca.
Ti frustano finché non esce sangue.
Il Sudan nel silenzio ancora langue.
Ti scherniscono e di te prendono beffe.
Intorno vedi guerre, guerre a bizzeffe.
Ti mettono una croce da portare.
Non smettono ogni giorno i morti in mare.
Ti infilano la testa nelle spine.
Le bocche dei potenti son latrine.
Ti inchiodano rompendo pelle e ossa.
Corpi ammassati, gettati in una fossa.
Si giocano i tuoi vestiti a sorte.
A Gaza i bimbi giocano alla morte.
Chiedi acqua e ti danno invece aceto.
All’umana pietà è messo divieto.
Ti infilano una lancia nel torace.
Fanno il deserto, la chiamano pace.
Ti feriscono, godendo del dolore.
Sotto le bombe gli ucraini nel terrore.
Ti senti perso e solo: l’ultimo grido.
“Che mi frega dell’altro? Io me la rido!”
Muori, la terra si agita e si sbrana.
Ogni donna violentata è una puttana.
Tolto dalla croce, dopo il terremoto.
L’angoscia è solo il serbatoio vuoto.
Sepolto in un sepolcro che è la fine.
Sono potenti, abusano bambine.
E per tre giorni vince il buio nero.
Oggi la speranza è prossima allo zero.
Eppure dice il testo tramandato,
che al terzo giorno il masso vien spostato.
E l’annuncio dell’angelo è alle donne
per una volta né troie né madonne,
che sentono il tuo passo in quel mattino:
ritorni e rifiorisce quel giardino.
Ritorni eppure il corpo è martoriato:
nessun dolore sarà dimenticato.
Ci spingi ad affrontare la paura,
tu che all’amore non vuoi metter misura.
Vedendoti corriamo per la gioia,
ma tu ci togli vanto e scappatoia.
A chi chiede cosa fai contro il male che c’è,
rivolgi lo sguardo deciso e dici: “Ho fatto qualcosa.
Ho fatto te.”
Buona Pasqua, per quanto si può.
