No, l’8 marzo non è la Festa della Donna.

E’ la Giornata Internazionale della Donna, e questo è ben diverso: non è solo questione di termini ma di sostanza.

La giornata di oggi dovrebbe servire infatti a fare il punto per capire a che livello siamo sulla strada del raggiungimento della Parità di Genere, dopo (e durante) un percorso lungo e assai accidentato di lotte e tentativi per ottenere maggiori diritti – e opportunità davvero paritarie – fra uomini e donne. Perché le donne costituiscono quella parte di popolazione (non una minoranza, bensì più della metà) che da secoli si trova a dover rincorrere, pretendere, proteggere, ribadire anche diritti basilari.

Facciamolo, quindi, almeno in parte, questo punto della situazione:

secondo il Global Gender Gap Report 2025, l’Italia si posiziona all’85esimo posto su 148 stati considerati, rimanendo fanalino di coda delle economie europee. In tre anni l’Italia ha perso 22 posizioni. Peggio di noi, in Europa, sono messi solo in Ungheria, Repubblica Ceca, Macedonia, Romania e Turchia.

Soprattutto, siamo peggiorati di 6 posizioni dal 2024 dal punto di vista della disuguaglianza tra donne e uomini nella partecipazione al mercato del lavoro, nelle retribuzioni e nell’accesso a ruoli di leadership, calando al 117esimo posto in classifica.

Nonostante ci sia un minor abbandono scolastico da parte delle ragazze e un numero maggiore, rispetto ai ragazzi, di diplomate e laureate, la questione cambia infatti quando si arriva sul mercato del lavoro: qui, secondo i dati Istat 2025, le occupate sono il 53,3% a fronte del 71,1% di uomini, percentuale che crolla verticalmente alla nascita del primo figlio (1 su 5 lascia il lavoro, secondo il rapporto di Save the Children 2025) o, ancora peggio, del secondo.

Nei contratti a tempo indeterminato solo il 21,8% delle donne ha contratti da dirigente contro il 78,2% dei colleghi uomini.

Se il Gender Pay Gap (divario retributivo di genere) si è lievemente ridotto, attestandosi comunque intorno al 20%, colpisce la quota del 42,4% delle donne inattive: tra queste, 1,3 milioni dichiarano di voler lavorare, ma spesso non cercano un impiego perché non trovano condizioni compatibili con gli impegni di cura familiari; per lo stesso motivo, oltre il 60% delle donne part-time dichiara che lavorerebbe a tempo pieno, se ne avesse la possibilità. Tutto ciò incide ovviamente sulla qualità dell’occupazione femminile in termini di stipendi, ore lavorate, continuità e possibilità di carriera.

Inoltre, nel 2025 ci sono stati 84 femminicidi accertati e 78 tentati femminicidi: la vittima più giovane aveva 1 anno, la più anziana 89.

Il più giovane degli uomini omicidi aveva 19 anni al momento del delitto, il più anziano 92; 29 uomini colpevoli si sono suicidati subito dopo aver compiuto l’omicidio; ciò significa che non sarà possibile procedere per via giudiziaria in questi casi.

A uccidere sono di solito sconosciuti incontrati in vicoli bui? Ebbene no: nel 52% dei casi l’assassino era il marito, il partner, il convivente (44 casi); in 18 casi, a compiere il gesto è stato l’ex partner da cui la persona uccisa si era separata o aveva espresso l’intenzione di separarsi. In 11 casi, l’omicida è il figlio. Negli altri casi la relazione con la vittima era: amico, nipote, cliente, conoscente, o altro parente. (Fonte: Osservatorio Nazionale Non Una di Meno)

Nel 2025 l’età media delle vittime di violenza si è notevolmente ridotta rispetto al 2014: oggi il 30,8% delle donne che la subisce ha fra i 16 e i 24 anni. Le donne italiane dai 16 ai 75 anni di età che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita sono il 31,9%; il 23,4% ha subito violenze sessuali, che sono nel 5,7% dei casi stupri o tentati stupri.

Solo il 52,1% delle donne si sente al sicuro camminando al buio per strada, a fronte del 72,4% degli uomini, e i dati ISTAT 2025 indicano che lo stalking colpisce il 15,5% delle donne in Italia, con circa 3,1 milioni di vittime di atti persecutori ogni anno.

Di questo passo, per raggiungere la Parità di Genere nel mondo ci vorranno 123 anni, pari all’incirca a 5 generazioni.

Ho deciso, per una volta, di non fare tanti discorsi, ma di snocciolare “semplici” dati – che semplici poi non sono – per fotografare uno spaccato nazionale ancora desolante, specchio di un fenomeno patriarcale molto più complesso, di carattere sistemico.

Un sistema che, come appare chiaro, opprime maggiormente le donne, ma che penalizza in verità sia le donne che gli uomini, prevedendo fin dall’infanzia ruoli maschili e femminili ben precisi da dover rispettare e che ingabbiano sia le bambine, educate alla dimensione della cura, della paziente disponibilità, della grazia e della bellezza, sia i bambini, spinti fin da piccoli a manifestare forza e competitività, rinunciando all’espressione delle emozioni e alle velleità di cura.

Questi e molti altri stereotipi di genere si traducono, crescendo, in livelli sempre maggiori di violenza (di tipo simbolico, economico, psicologico, e non solo fisico) che nelle parole e nelle conseguenti azioni sessiste di cui è intriso il quotidiano trovano il loro nutrimento, e che portano molti adolescenti a considerare normale una gelosia morbosa, il controllo maschile degli spostamenti e dell’abbigliamento della partner o la sua manipolazione emotiva.

Per giungere poi a situazioni di vero degrado della donna, oggettivizzata e sessualizzata, di perdita dell’autonomia economica e di violenza su vari fronti, in cui spesso le donne vittime sono vittime due volte, perché, nonostante subiscano violenza, sono loro ad essere spesso accusate di “essersela andata a cercare” semplicemente per il loro abbigliamento o perché hanno detto NO a mariti o ex fidanzati.

Il filo conduttore di tutti questi atti, dai più piccoli ai più gravi, è lo stesso maschilismo di cui, purtroppo, sono imbevuti molti uomini e molte donne ancora, e che ci fa vivere ancora adesso in quella che si definisce una Cultura dello Stupro.

Non c’è da festeggiare nulla, oggi, quindi.

Questo non vuol dire che le cose non possano – debbano! – cambiare, e lo debbano fare grazie all’azione di donne e uomini femministi che agiscano insieme.

Perché è necessario che le donne siano sempre più consapevoli dei diritti, delle rivendicazioni e delle libertà che spettano loro, senza rassegnarsi al ruolo marginale e sottomesso in cui la società le vorrebbe relegare.

E perché è necessario che i maschi si aprano sempre più alla cultura del consenso, dell’ascolto e della decostruzione dei loro privilegi: mettendosi in discussione, riconoscendo dentro di sé parole e azioni sessiste, anche loro saranno più liberi e miglioreranno le loro relazioni, riuscendo a parlare di ciò anche agli altri uomini, in modo da raggiungere anche quelli che una donna non l’ascolterebbero mai. Questa pratica di consapevolezza, per quanto faticosa, risulta infatti liberatoria per tutti, perché va a colpire quei ruoli e quegli stereotipi di genere che danneggiano anche gli uomini, come l’idea di un successo obbligato nel lavoro e la repressione della parte sensibile e di cura insita in ogni essere umano.

Credo fortemente che uomini e donne debbano agire insieme, quindi, se vogliamo ottenere davvero che le nuove generazioni vivano in una società più giusta e rispettosa, dove uomini e donne abbiano pari dignità, libertà e diritti di espressione autentica.

E perché – magari – non ci sia bisogno di aspettare innumerevoli generazioni per arrivare a questo.

Perché, come dice Irene Facheris, attivista e studiosa che consiglio di seguire nel suo tosto ma necessario Podcast “Tutti gli Uomini” (https://open.spotify.com/show/7nKFLYitiG06Uw69zXzT1q) e nel conseguente libro da lei appena pubblicato: “se il problema è sistemico, la soluzione deve essere collettiva.”

Buona Giornata Internazionale della Donna, allora.
Ma rimbocchiamoci tutti le maniche perché non serva più.

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