• Categoria dell'articolo:Leggo

Non c’entra con i voti, con le graduatorie, con gli esami.
Non c’entra con la competizione, con la performance disperata per primeggiare ogni giorno sugli altri o – peggio – su se stessi.
Non c’entra col merito o con il rendimento. Nemmeno col talento.
Non c’entra col riempirsi di nozioni fino alla nausea, senza capire, o con la fuga da se stesso o dal mondo. Figuriamoci poi con la sopraffazione altrui o col potere.
Non c’entra abbastanza neanche con la soddisfazione, col dovere o col desiderio di rendere fieri gli altri.

L’educazione, nel suo nucleo pulsante e scomodo, c’entra piuttosto con la forza nelle gambe di reggerti da sole e di condurti dove vuoi tu, e non un altro.
C’entra con gli spigoli in cui sbatti nel buio, come già tante volte in passato, ma che adesso riesci a vedere e che puoi scegliere di aggirare, e proseguire.
C’entra con l’arrivare a dare un nome alle cose, a toglierle dall’indefinito e dal magone, per essere capace, di conseguenza, di maneggiarle. E, se ti va bene, cambiarle.
C’entra con una spinta che non viene più dal contesto, dal detto e ridetto del dovere, dal liquido amniotico in cui si abita da sempre, ma da una ricerca di verità irrimandabili che facciano placare i mal di pancia, o almeno che ci allontanino da ciò a cui capisci di non voler più sottostare.
C’entra con la scoperta che il tuo universo totale era un quartiere; con l’allargamento pauroso dei mondi, delle possibilità, di ciò che è accaduto e ora sai. E se lo sai ormai ti cambia.

In questa lettura – che non sapevo già famosa – ci sono sbattuta di recente, e mi ha lasciato in fondo spaccata e attonita, partecipe e ammutolita ad annuire e ribadire: “è proprio così.” Finora lo sentivo ma non lo sapevo.
Questo libro è basato su una storia vera, su una famiglia mormone dell’Idaho e sulle “opportunità di riscatto” che tante volte sciattamente diciamo l’educazione dia e che in questo libro davvero dà a Tara, l’ultima di sette figli, una bambina e poi ragazza legata a doppio filo alla sua assurda famiglia; Tara per un verso è sopraffatta da una viscerale dipendenza verso di essa e per l’altro è afflitta dal perenne senso di colpa per l’odio che nutre verso di sé e della famiglia stessa, popolata dai più diversi elementi, pericolosissimi o salvifici.
L’educazione che si conquista Tara, e che regala a noi, è faticosa, contrastata ma si rivela sempre più dolorosamente necessaria, adatta a grattare via la retorica che appiccichiamo al valore dell’educazione quando non ci ricordiamo come giustificarla, a toglierle miele e ad aggiungere acciaio.

Riportandoci fino al sacro bisogno che l’educazione assolve, qualche volta, per davvero: quello di scavalcare i nostri orrori, di farci rassegnare a perdere pezzi mentre gioiamo nel trovarne dei nuovi e di rifiutare interpretazioni che si spacciano per verità, per scrivere una storia nostra, in cui Conoscere voglia dire, nel senso più concreto possibile, circondarsi di voci numerose e varie, antiche e contemporanee, per poi farci amicizia – senza aver paura che il mondo di prima crolli – e nel tempo scegliere, finalmente con consapevolezza propria, come sopravvivere alle proprie certezze.

Se non si fosse capito, quest’opera di Tara Westover è una lettura tanto confondente e dura quanto avvolgente, rivelatoria e assai necessaria.
Specialmente nei tempi in cui sta per iniziare di nuovo la scuola, quasi mai sinonimo di questa educazione.


Lascia un commento