Parte prima – Tashkent
Premessa. Di Disagi e Legamenti.
Dopo trent’anni (o forse più) da quando ho sentito per la prima volta “Samarcanda” di Vecchioni in auto con i miei, e sono rimasta stregata dalla favola antica della Morte che non ti cerca ma ti aspetta dovunque tu fuggi, finalmente quest’anno sono riuscita a raggiungere quella che era diventata ormai anche per me una meta agognata e quasi impossibile: ovvero Samarcanda e l’Uzbekistan tutto.
Quando le informavo su questa mia destinazione estiva, le persone o rispondevano con un: “Uuh, bellissimo! Ci voglio andare anch’io!” oppure fissavano il vuoto con un sorriso di circostanza, mentre nelle loro pupille vedevo passare una rotolacampo al vento e poi mi chiedevano, quasi imbarazzate: “ma scusa, cos’è? Dov’è? E soprattutto… perché?”
È per rispondere a entrambi questi tipi di reazione che nasce il resoconto semiserio dei miei giorni di vacanza: per farvi capire, cioè, che l’Uzbekistan esiste eccome, e per parlarvi soprattutto, ovviamente, dei suoi aspetti più laterali, meno ufficiali e sicuramente non esaustivi, ma utili per una visita.
Tutto il mio racconto sarà inevitabilmente influenzato dal mio amico Disagio – as usual – che quest’anno però si è manifestato con particolare impegno portandomi in dono la lesione di un legamento del ginocchio durante il primo giorno di vacanza (non in Uzbekistan, almeno). Ottenuta semplicemente prendendo posto in un aereo diretto in Sicilia. Volo il cui ritorno è stato pure cancellato per le consuete eruzioni dell’Etna.
Meglio non aggiungere altro.
Tutto questo scoppiettare di disagi livello Pro mi ha aperto un mondo fatto di varie modalità di gestione dell’assistenza speciale in aeroporto e poi di carrozzine, scale, ascensori, stampelle, sale d’attesa, ginocchiere e affini che mi ha fatto sperimentare in prima persona – come se non lo facessi abbastanza per lavoro – come ci sia ancora moltissimo da fare per dare a tutti, indipendentemente dalla loro mobilità, le stesse opportunità (altro che Universal Design!), facendomi riflettere ulteriormente su quanti privilegi ognuno di noi goda senza saperlo.
Non è niente di astratto il privilegio. Anzi, è un fattore concretissimo: il privilegio, per sua natura, consiste proprio nel non dover pensare a qualcosa perché non è per noi un ostacolo e quindi neanche lo vediamo, finendo – però – per confondere i piani, e pensare che quindi quelle barriere non esistano affatto.
Ecco, la libertà di non pensarci è un privilegio, che sia agli scalini di accesso a un locale, al proprio colore della pelle o al modo di vestirsi per non essere in pericolo.
Il discorso sarebbe lungo e assai triste, ma ora si deve partire.
Appunto.
- Uno degli indubbi vantaggi dell’essere infortunata è stato poter godere dei magnifici Buggy nell’aeroporto di Istanbul, che sfrecciano suonando alla gente nei mega corridoi del mega aeroporto con la sicurezza di chi sa di essere destinato a passare per primo, e la lucidità di chi sa sempre dove andare, anche nel marasma ordinato di quell’immenso luogo. A dir la verità, tanto è stato comodo ed efficiente tale servizio, che temo che in futuro il mio compagno mi azzopperà di nuovo o preferirà farsi pure lui del male, ora che ha scoperto che con l’assistenza speciale anche nei più grandi o sconosciuti aeroporti del mondo sei scarrozzato e gestito in tutto, potendo dire addio a ogni responsabilità di orientamento e a ogni ansia di ritardo!
- Comunque, per capire come doveva essere il mondo sotto la torre di Babele basta guardare i pannelli degli arrivi e delle partenze all’aeroporto di Istanbul, da cui transita davvero ogni popolo e ogni lingua conosciuta. Li guardi e pensi che in fondo sei proprio piccolo e ancora tanto ignorante… ma che fortuna che il mondo sia tanto vasto, strabordante e meraviglioso!
Tashkent
- Che la capitale dell’Uzbekistan, Tashkent, debba molto al passato – non troppo passato – come pezzetto della Repubblica Socialista Sovietica si percepisce dalla gratitudine poco celata verso tutti i finanziamenti da lei ricevuti, dai rapporti commerciali tuttora floridi con la Russia, dalle architetture sovietiche disseminate in città, come la grande cupola del Chorsu Bazaar o alcune splendide fermate della Metropolitana (che ho scoperto essere state inserite fra i patrimoni UNESCO praticamente al nostro ritorno in Italia!), ma soprattutto dall’arredamento dei ristoranti della grande città, tanto pieni di oro su oro, stucco e mattonelle colorate, decorazioni floreali improbabili e giochi di specchi inaspettati, che in confronto il Castello delle Cerimonie apparirà come il più sobrio degli oratori.
- Già a Tashkent abbiamo poi imparato le nuove regole della tavola uzbeka: se nei piatti comuni le posate non sono contemplate, il coltello non è usato proprio mai e il pasto avrà una scansione che sembrerà all’incontrario. All’inizio potrai infatti godere di ricchi piatti di frutta, poi arriveranno le verdure, la carne e il riso, e infine l’immancabile zuppa fumante. Che con i quaranta gradi del luglio uzbeko può definirsi una terapia d’urto, anche perché seguita sempre da del buon thè. Ovviamente caldo.
- Il cibo che stavamo imparando a conoscere si rivelava, via via, non particolarmente vario ma nella maggior parte dei casi, gustoso. A eccezione – a mio avviso – degli aciduli rotolini di carne e riso avvolti nelle foglie di vite, e soprattutto degli onnipresenti cetrioli e, soprattutto, dei peperoni: questi ultimi, infatti, oltre ad avere il superpotere quasi universale di tornare a gola poco dopo la loro ingestione, in Uzbekistan erano spesso anche particolarmente mimetici, facilmente scambiabili per pomodori, nascosti negli anfratti più segreti e quindi, con mia scarsa gioia, difficilmente evitabili.
- Un plauso special meritano invece le melanzane, di cui non vado matta, anch’esse onnipresenti fra le portate: preparate in molteplici modalità, ma specialmente fritte, erano tanto buone quanto… quelle mangiate in Sicilia. E ho detto tutto.
- Ormai che ho aperto la grande parentesi “cibo”, rivelerò il segreto che abbiamo appreso, in realtà, nel corso dei giorni a seguire.
Pur essendo la cucina uzbeka buona e sicuramente influenzata dalla cucina russa, infatti, è inevitabile che un italiano si senta a suo agio, perché essa prevede pure, in ordine: bollenti tortellini in brodo (vedi terapia d’urto precedente), saporite tagliatelle verdi e gustosi pici al ragù, che incredibilmente anche lì sono considerati piatti tipici, solo con nomi ben diversi e irricordabili. - In tali pasti, ma anche fuori, nelle bancarelle, nei mercati e in qualunque via e piazza del paese, abbiamo poi compreso a breve che il cocomero è come il nero: sta bene su tutto. Oddio, anche il melone era onnipresente. Ma in quel caso era bianco.
- Per concludere questo elegante excursus sul cibo, devo dire che mi sono saltate ben presto all’occhio, camminando nei mercatini di questa e altre città uzbeke, delle simpatiche magliette con su scritto: All you need is Plov. Non capivo cosa intendessero, ma infine ho – abbiamo – scoperto con gusto a cosa si riferissero: al piatto forse più tipico dell’Uzbekistan, un piatto unico composto da riso, carne di manzo o agnello, carote, cipolle e altre verdure, oltre che spezie aromatiche. Una bella sorpresa gustata poi a Bukhara, a cui sicuramente i Beatles avrebbero detto… Let it be!
- In breve tempo abbiamo anche capito perché il Plov aveva preso il posto del Love sulle magliette: almeno dallo spaccato concesso dalla nostra giovane guida uzbeka, sembra infatti che il rapporto della gioventù del luogo con l’amore sia abbastanza complicato.
Questo è vero un po’ dappertutto, lo ammetto, ma la nostra disillusa guida ci ha illustrato dettagliatamente come siano tre le possibilità di accasarsi nel suo paese: tramite un matrimonio combinato, tramite uno semi-combinato o per libera scelta d’amore. La differenza sostanziale fra il primo e il secondo caso risiede nel fatto che, se è la famiglia a combinarti le nozze, il tuo parere sul tuo futuro marito/moglie non conta, mentre se è semi combinato hai la possibilità di incontrarlo prima, anche da solo, e vedere se è una persona che ti interessa. Il suo caso era stato questo, anche se poi si era concluso con un altrettanto rapido divorzio. Il fatto che il matrimonio per amore sia una pratica relativamente recente anche da noi, e non garantisca comunque una durata, non toglie che in effetti in Uzbekistan, a suo dire, il tasso di divorzi sia molto alto. Anche se appare come una società statica e tradizionalista, infatti, in cui uno degli scopi principali per una nuora è prendersi cura della suocera, parlandoci è emerso sempre più quanto le famiglie siano fluide e necessariamente allargate, e non manchino le donne che chiedono a uomini che conoscono semplicemente di fare un figlio insieme, per poi crescerlo da sole. Insomma, le famiglie uzbeke si rivelano un tetris di relazioni e parentele che fa sembrare l’Uzbekistan molto più aperto e smaliziato dell’Italia, ad esempio. Tranne che per la considerazione dei gay: in quel caso, se dimostri tendenze omosessuali, rischi anni di galera. Lì, ovviamente. Menomale che da noi è tutta un’altra storia. - Maina non è solo una celebre marca di panettoni, bensì – come abbiamo presto scoperto – è anche il nome di simpatici uccellini scuri dall’aspetto aggraziato ma dal canto chiassoso e molesto che abbiamo trovato sparsi dappertutto nelle località visitate. Trovarseli sotto la finestra di camera a notti intere deve aver portato al loro nome, perché sicuramente il loro frastuono non genera… #maina gioia!
- La grande questione che si è posta a tutti noi già dall’arrivo a Tashkent ma che è andata rafforzandosi sempre più col procedere della vacanza, è stata però un’altra: di fronte alla magnificenza di moschee e minareti, madrase (N.d.R. scuole coraniche) e necropoli ricoperte di mattonelle azzurre, di decori magnifici come ricami, di muqarnas sontuose, di archi ogivali, reti di rientranze e geometrie ipnotizzanti, c’era un dettaglio che pareva sempre assente, qualcosa che in fondo quasi stonava. Non l’ho capito subito, ma quando l’ho afferrato mi è stato lampante: l’assenza della sbreccatura, dello sfregio, del rotto, del deforme, dell’usato e del corroso dal tempo e dall’uso.
Le strutture e i monumenti, che fossero del 1300 o del 1800 e magari vicine, erano quasi indistinguibili perché, come ci è stato detto poi, il concetto uzbeko del restauro è leggermente diverso dal nostro. Del genere: se una struttura è ben conservata ma ha perso nel tempo un 5%, che problema c’è? Quel 5% viene ricostruito. E il tutto viene anche limato, sistemato, lucidato. Ecco il perché di quella sensazione di stranezza mista a meraviglia di fronte a quelle che restano stupefacenti costruzioni: in Uzbekistan non c’è davvero il rotto, l’usato… c’è il ricondizionato! - Appena cominciavamo a familiarizzare con questo diverso modo di vivere le strutture, c’era un elemento che divertiva e aumentava l’entropia: il kitsch presente nelle moschee attive. Come si riconoscevano? Ovviamente per la presenza, sulle preziose piastrelle e i mattoni ambrati, di meravigliosi display led a scorrimento su cui lampeggiavano, fieri e sobri, gli orari delle preghiere quotidiane.
- Abbiamo capito ben presto però che, sebbene l’Islam sia certo la religione più diffusa nel paese, gli uzbeki ci tengono a ribadire di vivere in uno stato laico: il passato nell’URSS ha lasciato il segno, e questo si nota anche solo girando per le città. Diciamo che, anche qui, il popolo uzbeko sembra avere un rapporto abbastanza disinvolto con la religione, seguita da alcuni e perlopiù, ma senza esagerare.
- Se la religiosità degli uzbeki pare relativa, la loro ospitalità è evidente, e si manifesta anche dalle dritte religiose date ai turisti, o almeno a chi occupa le stanze degli hotel da cui siamo transitati: in tutte, infatti – anche se mi ci è voluto un po’ per capirlo – è indicata in un angolino la Qibla, ovvero la direzione de La Mecca, necessaria alla preghiera. Del genere: se non ti interessa ok, ma se vuoi pregare ora non hai più scuse!
- E mentre nel museo del complesso Khast Imam osserviamo stupiti mille Corani diversi, da quelli piccini picciò a quelli completamente ricoperti di glosse, da quelli editi in tutte le lingue possibili alla copia del Corano più antico del mondo, scritto nella pelle di cervo a metà del VII secolo e conservato al sicuro nella vicina madrasa Muyi-Muborak, uscendo capiamo qual è la vera nuova divinità del paese: Instagram. Veri set ambulanti vengono allestiti fuori dalle madrase e dalle moschee, con serie di abiti multicolori dalle larghe maniche e dalle lunghissime code, in cui sguazzano felici fanciulle perlopiù estremorientali che avranno a fine giornata un vero book uzbeko da condividere sul suddetto social. Che poi tali shooting si assomiglino tutti, che le fanciulle magari non sappiano neanche dove si trovano e che le meravigliose decorazioni dei monumenti uzbeki finiscano per diventare solo la patinata scenografia di un album personale, questo è un dettaglio secondario.
- L’Uzbekistan è uno di quei posti in cui i decori sono parole e le parole sono decori.
- Che meraviglia i tapchan uzbeki, quella specie di grandi letti di legno da esterno dove si può riposare, con coperte e cuscini, ma anche mangiare, aggiungendo in mezzo un pratico tavolinetto basso! L’avrei proprio voluto, per passarci anch’io le giornate… peccato che non entrava dentro la valigia!
- Se mi dicessero: pensa alla grande cupola postsovietica del Chorsu Bazaar e alla vita brulicante che ha dentro. Cosa ti viene in mente?
Anziani facchini che aspettano di essere chiamati, seduti sui loro carrelli di ferro; peperoni gialli fosforescenti; frutta spinosa mai vista prima; profumo di pane appena sfornato; odore di carne rancida; bambini che ti rincorrono per venderti spezie; scale e altre scale; serbatoi su ruota adibiti a distributori di bevande; signore anziane velate, sedute in mezzo alla verdura, che spippolano ai loro cellulari. - E che dici all’anziana signora che ti vende un buonissimo pane al sesamo al mercato, a prezzo irrisorio e con sguardo gentile? Rahmat. Grazie. Praticamente l’unica parola che, nonostante i nostri sforzi e le ripetute richieste alla guida, siamo riusciti a imparare in uzbeko. Menomale che si tratta almeno di una piccola, grande, bellissima parola.
- Al bazaar, ma un po’ dappertutto, ti offrono poi succo di mirtillo, o di amarena, o di melagrana. Tutto ottimo, e dolce e gustoso. Ma vorrei pure convincere la Ferrero ad espandere il proprio mercato, perché dieci giorni senza Estathè sono tanti da sopportare!
- Nel Chorsu Bazaar e in tutto l’Uzbekistan noti presto un’altra verità fondamentale: le carrozzine sono usate per tutto – trasportare pane, frutta, utensili ecc – tutto, tranne i bambini.
- Dopo aver notato le anziane col cellulare nascosto nel banchino delle verdure al mercato, ecco che incappi nelle signore, tessitrici dalle meravigliose mani e dalle splendide trame, che tengono i cellulari appoggiati davanti a loro mentre tessono e intrecciano tappeti lunghi mesi o anni. Eh, questi giovani d’oggi: sempre al cellulare! Chissà dove andremo a finire, signora mia!
- All’URSS in Uzbekistan gli vogliono bene perché di soldi ne ha dati per tutto, come per la rapidissima ricostruzione della città di Tashkent, rasa al suolo da un terremoto nel 1966, da cui prese avvio anche la costruzione della Metropolitana, oggi vera meta turistica per lo splendore di alcune fermate. A chi ha visto le fermate della metropolitana di Mosca queste possono sembrare sobrie e minimali, ma non si può negare che ai sovietici le fermate della metro, con i loro marmi sontuosi, i lampadari di cristallo, i mosaici enormi e opere celebrative dei cosmonauti russi, vengano proprio bene.
- Se fuori dai treni della metro trovi sfarzo e opulenza, dentro i treni ritrovi invece la pacata cortesia degli uzbeki, che con una naturale gentilezza, a cui non siamo più abituati, ti sorridono, ti cedono il posto e si dimostrano affabili con una grazia d’altri tempi.
- Cammini in Piazza dell’Indipendenza a Tashkent e trovi cicogne. A Bukhara – non lo sai ancora – ma troverai cicogne. Sulle forbici a Khiva saranno rappresentate cicogne. Ecco come fanno ad aumentare la natalità in questo paese: si tengono buone, celebrandole, le più ovvie fattorine di bambini!
- Bella sarebbe la Piazza dell’Indipendenza… se la presenza di così tanti edifici governativi non ne vietasse l’accesso a una gran parte!
- Ripartiamo da Tashkent verso Samarcanda con un treno ad alta velocità che poco ha da invidiare ai nostri Frecciarossa. Cosa c’è di diverso qua sopra, considerati gli snack che ti danno, la pulizia degli spazi, e i talk show che continuano incessantemente a riproporsi, dai video della carrozza? Ci sono delle signore che ammirano compiaciute e vagamente lussuriose la bella barba del mio compagno, io che gioco da lontano con un bimbo di un anno per gran parte del viaggio – il primo che ha la stessa proprietà di linguaggio in uzbeko che ho io – e gli sguardi severi e disapprovanti di alcune donne assai velate, non so se afghane o di dove altro, che evidentemente giudicano il mio aspetto. Quindi, praticamente, nulla.
