Parte seconda: la Cappadocia e oltre.

Come anticipato nell’articolo precedente, ecco che il mio racconto di viaggio semiserio in terra turca continua, portandovi adesso verso la Cappadocia e oltre, fino a chiudere il cerchio nuovamente sui lidi di Istanbul.
Anche questa volta buona lettura, o buon viaggio!

  • Percorrere le immensità dell’altopiano anatolico per ore e ore non è così monotono come può sembrare: anzi, i finestrini sembra che si divertano, ogni volta che ti distrai per far due chiacchiere o giocare, a farti vedere all’improvviso un panorama nuovo, che sia un lago salato, un campo di barbabietole, delle morbide colline o delle steppe aride fino al deserto.
  • In Anatolia non ti sembra nemmeno di stare a 1200 metri o più. Sarà perché, con la consueta sfiga che ci accompagna, abbiamo beccato i dieci giorni più caldi di sempre, con temperature inusuali, che anche lì hanno raggiunto i 38°C, i 39°C, fino a oltre i 40°C ??
  • La Cappadocia è quella “terra dei bei cavalli” dove per ogni cavallo vero che vedi passeggiare, ce ne sono almeno venti di plastica che ti accolgono, sparsi qua e là, nelle distese sterrate o nelle hall dei più sobri alberghi.
  • A volte capisci quanto sia vero che il tutto è maggiore della somma delle sue parti: ad esempio quando la guida, nel bel mezzo di un autogrill sperso nel nulla, ci ha consigliato di prendere lo yogurt di capra prodotto artigianalmente dalla popolazione locale, arricchito di miele e semi di papavero. A me infatti non piace nè il formaggio di capra nè il miele nè il papavero… ma tutti insieme erano una bomba!
  • Molteplici sono le pietanze che ti verranno offerte negli alberghi e nelle soste: dalle gustose zuppe di lenticchie o fagioli ai magnifici manti che paiono mini tortellini, dall’agnello o pollo in varie forme al riso con i pinoli, da una specie di pizza farcita fino ai dolcetti come la baklava dai mille gusti o i lokum gommosi… ma l’elemento più ambito, il cui costo può arrivare a prezzi esorbitanti e del tutto ingiustificati, è solo uno: l’acqua. Che si paga in aggiunta dappertutto, anche negli alberghi, e che, appena ti distrai, è un attimo che arriva a 3€ a bottiglia!
  • A proposito di cibo, in Turchia abbiamo facilmente intuito che spopolano in particolare alcuni ingredienti, tutti di facile digeribilità. Tipo il peperone, proposto – letteralmente! – anche a colazione, o la melanzana, che spadroneggia con gusto in numerosissime versioni. Ma uno solo è il re indiscusso di ogni piatto, presente a mazzi nelle ciotole e nascosto anche nella pietanza più inaspettata: il prezzemolo.
    Chi ha inventato il modo di dire “sei come il prezzemolo”, dev’essere senza dubbio passato per la Turchia.
  • Anche se te l’aspetti, la Cappadocia riesce a sorprenderti ugualmente coi suoi panorami unici e fiabeschi, fra monumentali camini delle fate, calanchi come immense rughe di tufo e montagne-santuari che sembrano spiarti dai loro cavi, multipli occhi.
  • Se i monaci delle antiche chiese rupestri di Göreme vedessero il chiasso caotico e le orde di turisti che ogni giorno prendono d’assalto le loro dimore eremitiche, scelte con cura e destinate a luogo di pace e silenzio per stare più vicini a Dio! Menomale che non li vedono.
  • Il Museo a cielo aperto di Göreme è quel posto in cui, nonostante sia pieno di af…freschi, dentro si sta a bollore!
  • Legge del Dito: se in una foto – una! – tu sarai finalmente venuta bene, sulla splendida distesa dei calanchi e dei camini della Cappadocia, in quella stessa foto un bellissimo dito della tua controparte occuperà almeno mezza foto, riportandoti subito all’amara realtà che a chi ama fare foto belle, di rado poi capita di riceverne altrettante.
  • Le valli della Cappadocia, con la miriade di insediamenti rupestri, i tunnel nascosti, i ripidi anfratti, le sale più varie dalle forme inusuali, le nicchie inaspettate e i labirinti a più livelli, sono il sogno segreto di molti nerd, compreso di quello che io avevo accanto.
  • Dopo tutta questa magia e questo incanto, vivere la vita dell’allegro gruppo-gita che si stava nel frattempo creando ha portato anche a paragoni molto poco romantici, lo ammetto. Come quello espresso da una mia compagna di viaggio, che invece di poetici camini, in quelle strutture erette col cappello, ha visto qualcosa di assai più – letteralmente – basso, prosaico…anzi, priapico!
  • È proprio vero che interpretazioni diverse rendono diversa pure la realtà: vuoi mettere dire che andavamo a vedere un fiero “cammello” di roccia in cima a una collina che effetto migliore che fa, anche se ai più di noi quell’ammasso di roccia sembrava più una placida chiocciola che arrancava in salita?
  • Quanto mi sono sentita Indiana Jones dentro i cunicoli sempre più stretti e bassi della grande fortezza sotterranea di Özkonak! Specialmente quando, una volta arrivata in ogni livello sottostante al precedente, vedevo in fondo al tunnel una grande pietra circolare pronta per essere rotolata, a chiudere il passaggio agli invasori!
  • Affascinante è scoprire le grandi abilità artigiane di un popolo, come l’indubbia arte turca nella realizzazione di tappeti. Anche se alcuni particolari che noti sono poi diffusi ovunque, anche allontanandosi da casa: come uomini che parlano e parlano per venderci la qualunque, mentre numerose donne, in silenzio, tessono quelle meraviglie di tappeti mandando avanti, di fatto, la baracca.
  • Bisogna anche dire che la tecnica insistente e decisa dei venditori turchi alla fine funziona pure: almeno con noi ha funzionato, quando un venditore ci ha aggiudicato un bellissimo tappeto mentre ormai ce ne stavamo andando, dandocelo al prezzo che volevamo e placcandoci – quasi letteralmente- in perfetto stile Martin Castrogiovanni.
  • Belle le aree archeologiche, stupendi i camini delle fate, superlativi i musei e le passeggiate… ma se non interveniva ogni sera la magnifica piscina dell’albergo a salvarci, di noi non sarebbe rimasto che vapore!
  • Quanto mi piacciono le decorazioni arabe a muqarnas! Le ho trovate nel maestoso caravanserraglio che abbiamo visitato sulla Via della Seta, e prima ancora le ho conosciute a Palermo e rincorse e ammirate a Siviglia. Il prossimo passo sarebbe Samarcanda, adesso. Chissà…
  • I piccioni li abbiamo trovati dappertutto, anche nel caravanserraglio: preso a esempio di uccello stupido, anche adesso non si è dimostrato da meno, facendo il suo sommario nido proprio oltre i dissuasori messi a tutte le finestre. Che sia caratteristica della stupidità attecchire dappertutto?
  • Era così caldo in Cappadocia quando c’eravamo noi, che anche le mongolfiere si sono rifiutate di volare: in fondo, con tutti i gradi che c’erano, chi avrebbe accettato di farsi accendere dentro un’altra vampa estrema di calore?
  • La Turchia è quel paese contraddittorio e stupefacente che ha in sé 19 siti Unesco ma che a volte si dimentica pure che cosa vuol dire tutto questo: tipo quando ha permesso la costruzione di un albergo direttamente dentro le terrazze di travertino bianco, formate da depositi di calcio delle acque termali, di Pamukkale (poi distrutto) o quando continua a permettere che innumerevoli hotel dei dintorni tolgano la preziosa acqua alle suddette vasche, rendendole ormai secche e poco attraenti, al contrario delle cartoline di vent’anni fa distribuite ancora in giro.
  • Ho capito perché i fanghi ti rendono più bella, quando li fai! Perché, una volta che ti sei vista così impiastricciata e brutta, rivaluti il tuo aspetto originario!
  • Non mi spiego perché l’area archeologica di Hierapolis sembrava una vastità vuota e ancora sotto scavi, e invece non riuscivamo più a uscire da lì, dai tanti manufatti e architetture meravigliose che conteneva!
  • C’è un unico posto in Turchia dove non avresti trovato gatti o altri animaletti: il Ploutonion di Hierapolis. Qui infatti gli animaletti morivano durante le cerimonie religiose a causa dei gas tossici provenienti dalle sorgenti geotermiche sottostanti, mentre i sacerdoti, ben più alti e lontani dai miasmi, per loro vanto e con stupore altrui, restavano sempre indenni.
  • Noi saremo arrivati anche molto sudati e sfatti all’incredibile Teatro di Hierapolis, ma neppure se fossimo stati freschi come rose ci saremmo cambiati apposta, con scarpe e vestito in contrasto con lo sfondo – purché evidentemente instagrammabili – per fare i video che l’influencer vicina a noi si faceva fare con disinvoltura su e giù per le gradinate, sotto il sole.
  • Eh, ma Efeso l’hai già vista, non ti stupirà più come la prima volta, mi dicevo. Sbagliavo.
  • Legge di Burak n.2: se continui a fare terrorismo psicologico ribadendo senza sosta quanto sono lisce, smussate e quindi sdrucciolevoli e pericolose le superfici di marmo su cui ci troveremo a camminare, è garantito che almeno due persone del gruppo crolleranno miseramente a terra, nel bel mezzo della Via dei Cureti a Efeso, sotto uno sguardo sornione da “te l’avevo detto” neanche poi troppo nascosto.
  • E poi, lì a Efeso… il Tempio di Adriano! La Biblioteca di Celso! Il Teatro! Non ho altro da aggiungere.
  • Altro che Pisa! In Turchia il mare si è divertito spesso, che fosse a Efeso, Pergamo o Troia, ad allontanarsi di chilometri dalla riva, lasciando le cittadine fiorite grazie a lui, letteralmente, “a bocca asciutta”!
  • Perché alcuni hotel sono così grandi, e fighi, e accessoriati?? Non lo sanno che poi torniamo nelle nostre casine mini, alle nostre scomodità quotidiane, e non vorremmo piangere ripensando ai piccoli lussi là abbandonati!?
  • Il Santuario di Asclepio a Pergamo, dove anche Galeno studiò, parla di una medicina praticata ventiquattro secoli fa nel passato. Eppure al suo interno, oltre a un centro terapeutico vero e proprio, c’erano un teatro, un tempio e una biblioteca, perché la cura della persona era la cura insieme di anima e corpo, intesa come attenzione alla totalità della persona. Quindi, forse, all’Asclepeion erano in realtà ventiquattro secoli nel futuro.
  • La gigantesca ricostruzione del Cavallo di Troia – che forse nemmeno cavallo era – all’ingresso degli scavi della città cantata dall’Iliade è di sicuro credibilissima: a parte una serie di grandi oblò in pancia, tipo nave da crociera, ha una robusta scala che ne permette l’accesso e che sicuramente sarebbe passata del tutto inosservata a Priamo, Ecuba e famiglia!
  • Cos’è la Letteratura? È quella cosa che riesce a farti venire gli occhi lucidi anche di fronte a un mucchio di sassi.
  • Heinrich Schliemann definiva se stesso un archeologo, i turchi invece lo considerano un ladro. A me pare simile, piuttosto, a un prestigiatore di bassa lega, che scavando ha scombinato i livelli delle città di Troia preesistenti come fossero un mazzo di carte, per arrivare a portare in fondo il trucco: trovare il Tesoro di Priamo e farlo sparire, magicamente, nelle sue tasche.
  • Cammini su una passerella in mezzo ai vari livelli della città, stratificati nei secoli e confusi nell’Ottocento – fra i quali adesso si cerca infine di rifare ordine e memoria – e ti sembra di passeggiare in un campionario di millenni in cui tu sei un nulla, che prima non era e poi non sarà.
  • Io lo so che sono pessima in geografia e finché non frequento i luoghi poi non li imparo, ma concedete che a un italiano un po’ di confusione la mette denominare “Penisola di Gallipoli” un territorio che si trova a pochi passi da Troia, e che io mi aspetto solo in provincia di Lecce!
  • Che tramonto memorabile abbiamo visto a Çanakkale, con tanto di mare, amici e gatto sonnecchiante davanti a noi, oltre a un quiz improvviso sul telefono… Ma questa è ben altra storia, che le mie adorate colleghe sanno, e questo basta.
  • Nell’ennesimo mega albergo, stavolta a Çanakkale, vivi la quotidianità del luogo assistendo pure, dalla sala ristorante, al grande matrimonio sottostante. E anche qui, nonostante i kilometri e le differenze, non puoi non notare alcune affinità col nostro mondo: gli sposi che non riescono a mangiare causa balli imposti e pubbliche relazioni, un paio di invitati – compreso un musicista! – con la partita sul telefonino da sbirciare appena possono, e l’immancabile amico allupato dello sposo che si struscia un po’ a tutte e non vede l’ora di portarsi a casa qualche invitata nel dopo-festa!
  • Torniamo infine, di nuovo, nella città dai mille volti e dai mille nomi: Bisanzio, Costantinopoli, insomma Istanbul. E, stavolta passeggiando liberi e senza fretta fra le ampiezze e i pertugi cittadini, scopriamo pure la bellezza delle tombe dei sultani nel Mausoleo di Turhan Sultan, che ho amato perché circondate da splendide pareti piastrellate con maioliche bianche e blu. E io, quando vedo le maioliche, mi innamoro di principio.
  • Sì, l’abbiamo capito: i bagni “alla turca” non si chiamano così perché li hanno solo in Turchia, tanto meno perché li hanno inventati lì… Eppure in Turchia spesso si trovano, in lunghe file nei ristoranti o negli autogrill. C’è un modo semplice per capire dove si trova l’unico bagno o due che ha la tazza: basta osservare le espressioni di sollievo delle donne, alla loro vista, quando aprono le porte!
  • Che poi, i bagni alla turca saranno anche più igienici, ma se pure i sultani avevano zoccoli rialzati in stile nipponico per muovercisi dentro, mi pare chiaro presentassero ben altre difficoltà.
  • Istanbul dal di dentro prende i colori dalle nuvole specchiate sui canali, la luce dai dipinti di giovani pittori che ne rimandano il bagliore, l’odore dal pesce preparato sul momento sotto il ponte di Galata, e il canto dai muezzin che si mescola alle urla dei venditori. Istanbul è quella città in cui i battelli scivolano, le voci saltano e i pesci volano, quando te li vedi passare davanti al naso pescati più in alto, sulla tua testa, dal parapetto del ponte.
  • Se già ti sembra di vivere un’atmosfera sospesa, fra quella di un film patinato e un quartieraccio di pescatori, la tua sensazione si rafforzerà di certo quando, girando per le vie del ponte di Galata, d’un tratto vedrai chiudere un pezzo del passaggio ai visitatori e allestire un vero set da pubblicità, in cui ti ritroverai a muoverti fra steadycam che scorrono, registi che imperano, fonici che sudano e turiste giapponesi che credi vere ma poi ti chiedono tu “che cosa sei”, pensandoti comparsa. E scopri d’esser rimasto l’unico reale in mezzo a tutti i turisti falsi intorno a te.
  • La sobrietà del quartiere Galatasaray, fra casino, negozi e bandierine appese in ogni dove, a chi è poco esperto di calcio fa capire due cose: o la squadra è talmente forte che vive in uno stato di festeggiamento perenne, oppure ha deciso di gasarsi e festeggiare a prescindere!
  • Non so se si era capito, ma a Istanbul piace disseminare la città con banchini del cibo più vario; quindi che c’è di più ovvio, vicino a chi vende pannocchie e castagne, che trovare il banchino con le cozze al limone?
  • Bisogna stare attenti, lungo la via İstiklal Caddesi, nel bel mezzo della folla del quartiere Galatasaray, perché qui è labile il confine fra “prendere” lo storico tram che ci passa in mezzo nel senso di salirci sopra, e “prenderlo” nel senso che non lo senti arrivare e rischi che ti tiri sotto!
  • Visto che ormai Atatürk era diventato uno di noi, e sembrava pure a noi di aver contribuito alla creazione della Repubblica Turca nel 1923, da tanto che lo vedevamo e lo sentivamo celebrare dappertutto, non possiamo negare d’avere avuto un discreto moto d’orgoglio quando abbiamo scoperto che il grande Monumento alla Repubblica di piazza Taksim era stato fatto proprio da italiani!
  • Io non lo so se di fronte al Pera Palace Hotel, dove Agatha Christie scrisse Assassinio sull’Orient Express, eravamo così eleganti e composti come la meravigliosa struttura richiedeva. Di sicuro, però, occupavamo tanta strada e facevamo tanto casino almeno… come Dieci piccoli indiani!
  • È inutile – a fine vacanza ne ho avuto conferma – cercare un qualche appiglio nelle lingue conosciute per riuscire a leggere o, ancora peggio, a tradurre e capire il turco! Come la nostra guida ci ha raccontato, infatti, la lingua turca non c’entra niente con le lingue indoeuropee e le uniche, piccole, attinenze ce l’ha col finlandese e l’ungherese. In più, appena credi di sapere come si pronuncia una lettera, poi rimani fregato, perché la C si pronuncia G, la Ş si pronuncia SC e la Ç si pronuncia Ci, mentre la Ğ non si pronuncia affatto, ma serve solo ad allungare la vocale precedente!
  • Pure usare i gesti, da buoni italiani, può essere fraintendibile in terra turca: attento a fare OK con le dita, se non vuoi dare del gay al tuo interlocutore (e si sa, sul fronte dei diritti LGBTQ+ in quel paese hanno ancora parecchio da fare, mentre da noi… ah, no, scherzavo!) Oppure attento a fare il segno di vittoria con le dita, poiché è un attimo che – non si sa come – puoi passare da terrorista curdo!
  • Chiedere lumi sulla situazione politica interna al paese non ti porterà alle grandi rivelazioni attese, per la paura/reticenza che si sente in giro a parlare di questi temi. O forse una rivelazione, questa risposta, in realtà già la dà.
  • Mentre ti allontani dal grande agglomerato istanbulita, sai già che questo grandioso caos organizzato e vivo ti mancherà, anche se non sai ancora cosa pensare di questa metropoli così multiforme e unica nel suo genere. Di sicuro ti resterà nell’orecchio, per molto tempo, la dolce cantilena dei muezzin… come credo che resti a certi inquilini degli ultimi piani, in certi grattacieli turchi che finiscono praticamente dentro i minareti.
  • Da questa intensa, cocente, frastornante, sbalorditiva, stimolante, nomade vacanza ci è toccato alla fine ripartire. E lo abbiamo fatto con un tappeto artigianale in più in valigia, ma soprattutto con un carico di immagini, esperienze, gusti, parole e pensieri nuovi da trattenere ed esplorare, oltre a un magnifico gruppo di persone con cui abbiamo fatto amicizia. Realtà questa che insegna – se serve – che pure da hotel inquietanti e deliri da soap turche possono nascere splendide comunità, cucite di allegria e tenerezza, da custodire, abbracciare… o, direi quasi, “venerare”! 😉

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