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Parte Terza – da Bukhara a Khiva

Eccoci di nuovo in viaggio, abbandonando la momentanea vita da nomadi del deserto per attraversare il paese in cerca di nuove, splendenti, città.
Come la magnifica Bukhara che, come sa chi ha già letto le parti precedenti di questo reportage di viaggio, per me è stata la scoperta più bella.

Andiamo a vedere perché.

Bukhara 

  • Il primo impatto con la città è di nuovo con un mausoleo, stavolta quello di Ismail Samani, un tipo tosto di cui ci hanno parlato spesso, perché riuscì a riunire l’Impero Samanide sotto di sé. Il suo regno era proprio minimo: andava dall’Afghanistan all’Iran, dall’Uzbekistan al Turkmenistan, dal Kirghizistan al Tagikistan, dal Pakistan al Kazakistan. (Ebbene sì, gli -stan sono molti di più e più vasti e più ricchi di quanto di solito non sappiamo!) Bukhara al tempo era la capitale di quell’impero enorme che promosse sulle sue terre la lingua e la cultura persiana e che attrasse poeti, letterati, scienziati e filosofi da ogni dove. Il casato di Samani in teoria rinunciò allo zoroastrismo per aderire all’Islam: poi, però, se si guarda bene quel bellissimo mausoleo praticamente intatto, si notano tutta una serie di simboli alati, dischi e fiori che rimandano proprio a quella preesistente – e assai diffusa – religione. Insomma, allora come oggi in Uzbekistan passa lo stesso messaggio: va bene essere musulmani, ma per sicurezza è meglio non mettere di cattivo umore nessuno e tenersi buoni tutti gli dei!
  • Questo mausoleo, – come tutto in Uzbekistan – , è costruito in mattoni, non in pietra. Ma perché mai? Perché il Paese è pieno di argilla e la pietra scarseggia; perché i muri in mattoni offrono un ottimo isolamento termico alle estati caldecalde e agli inverni freddifreddi dell’Uzbekistan dilatandosi molto meno con il caldo e, infine, perché sono più elastici e resistenti ai frequenti terremoti della zona.
  • Terremoti, carestie, smottamenti, tempeste di sabbia… l’Uzbekistan non si è fatto mancare, nel tempo, la sua bella quota di disastri ambientali. Se il fango e la sabbia accumulate dalle inondazioni non lo avessero sepolto, però, il mausoleo non sarebbe certo scampato alle incredibili distruzioni di Gengis Khan! Questo per ricordarci che, nell’ambiente come nella vita, non tutti i disastri vengono per nuocere.
  • Con la consueta eleganza e l’assoluto disinteresse per gli accostamenti audaci che ormai abbiamo imparato ad aspettarci dall’Uzbekistan, cosa vuoi che troviamo accanto alle antica vestigia dell’Impero Samanide? Ma un fantastico, vecchio e cadente, Luna Park in stile sovietico, ovvio!
  • L’Uzbekistan è quel paese dove le colonne sembrano alberi, e le moschee foreste.
  • All’ingresso della Moschea Bolo Hauz c’erano dei pannelli che spiegavano in modo minuzioso e con innumerevoli immagini e ingrandimenti le corrette posizioni che il buon musulmano deve tenere – con le mani, le braccia, le gambe, la schiena e i piedi – durante la preghiera. Non avevo mai visto nulla di simile, e sono rimasta ammirata dalla precisione dei dettagli, e dal significato di ogni posizione e movimento. Devo essere sincera, però: a vederlo da lontano, quel tabellone assomigliava assai di più a un prontuario di pilates che a un solenne schema sacro!
  • In Uzbekistan c’è un cappello per tutto: c’è quello sontuoso da uomo per il matrimonio, quello da donna con lunghe treccine abbinate, quello portato dagli anziani e quello da giovani, quello da lutto, quello di lana, quello di velluto, addirittura quello di cartone – più fresco – foderato di cotone (kalpok). Per di più, ogni zona ha il suo: c’è quello uzbeko, quello afghano, quello kazako e così via. Insomma, in Asia centrale il cappello ha la funzione di un social network: solo vedendolo, mentre passeggi, puoi capire un sacco di informazioni su chi lo porta. E puoi riconoscere fin da lontano anche il turista, che sicuramente ne calza uno del tutto fuori luogo.
  • L’Uzbekistan è quel posto dove folkore e pragmatismo si fondono senza soluzione di continuità: esempio perfetto ne è la tipica culla uzbeka, chiamata beshik, adatta per i bambini neonati, fino ai due/tre anni d’età, decorata in modo splendido, oltre che realizzata con un legno resistente e leggero. Dentro di essa il bimbo sta ben compresso con delle fasce, sentendosi al sicuro; viene dondolato dall’oscillare della culla stessa ed è pure protetto dal sole dalla copertina in pendant da collocare sopra la struttura. Infine, questa culla così ottimizzata è progettata anche per eliminare le scomodità del pannolino pieno: infatti è dotata di un praticissimo foro che permette la raccolta di pipì e popò direttamente, senza ulteriori imbarazzi. Se non quello che deriva dall’uso di un piccolo catetere o di un imbutino per il bambino o la bambina, che – si spera – da grandi non se ne ricorderanno.
  • A Bukhara, in sintesi, è andata più o meno così, nei secoli: “facciamo tante vasche dappertutto, all’aria aperta!” – “oh no! Ecco un sacco di epidemie!” – “allora togliamo o prosciughiamo quasi tutte le vasche all’aria aperta!”
  • Quando arrivi all’Ark a Bukhara e ti trovi davanti quelle immense, panciute e perfette mura dorate, un dubbio ti assale: sarai dentro il set di “Dune” o direttamente dentro quello di “Guerre Stellari”?
  • Sempre in tema di serie tv, se pensi che Bukhara, dopo il periodo di splendore sotto i Samanidi (vedi primo punto) e le successive dominazioni mongole e timuridi, divenne capitale di un potente khanato e poi di un Emirato, potresti sentirti anche dentro “Trono di Spade”, a dire il vero. Se non fosse che alla fine arriva lui, un mito: Mohammed Alim Khan, una specie di Pavarotti della dinastia Manghit, l’ultimo del suo nome, che prima illuse tutti di essere progressista, promise di combattere la corruzione e di modernizzare istruzione e amministrazione, – come richiesto dai movimenti popolari locali – , per poi rimangiarsi tutto, reprimere le manifestazioni e, all’arrivo dell’Armata Rossa nel 1920, darsela allegramente a gambe. Ovviamente lasciandosi dietro le macerie della città e portando con sé la gran parte dell’immenso tesoro!
  • A guardare il tramonto dall’Ark, lo capisci chiaramente: la luce calda e ambrata che si stende sulle mura e copre il panorama, è l’elemento più concreto del paesaggio.
  • Sono certamente d’impatto le varie pagine miniate e preziosamente istoriate che trovi esposte nell’Ark di Bukhara: ammetto però che se non avessi finito di leggere da poco “Il mio nome è Rosso” di Orhan Pamuk, con le minuziose descrizioni delle dispute fra laboratori di miniaturisti che lavoravano sulle direttrici della Via della Seta e sui modi di pensare a loro sottesi – così distanti dal nostro Occidente – , me le sarei certo godute di meno.
  • È incredibile il livello di movida e il numero di persone che vanno in giro la sera nel centro di Bukhara: portandoci oltre gli sfondi da cartolina, questo ce l’ha resa più viva, amichevole e divertente. Deve avere contribuito a questa sensazione, a dire il vero, anche il megaschermo che proiettava di continuo i video musicali di cantanti pop o rap centro asiatici a tutta randa, dove le trame da soap turca si incontravano con una sana quota di tamarro, a suon di auto rombanti, deserti, belle donne eleganti e, ovviamente (?), cowboy.
  • In Uzbekistan il NON non è un divieto, è un consiglio: infatti, così si chiama il buonissimo pane tipico prodotto in ogni luogo del paese, dalla forma solare e dal centro ricamato con disegni di vario tipo, realizzati con timbri chiodati diversi per ogni forno, o quasi. Questo pane, di solito insaporito da semi di sesamo, papavero o molto altro, viene cotto poi in modo bizzarro e poetico, in forni – anche piccoli, quasi da viaggio – , che hanno in genere un’apertura sulla sommità, dove i fornai inseriscono il pane da cuocere attaccandolo, letteralmente, alle pareti fino a che non è pronto. Se tutto questo non vi avesse già messo appetito, pensate a noi che abbiamo trovato, nella sera chiassosa di Bukhara, un piccolo forno nascosto ma in piena attività, e ci siamo incantati a vedere la sua organizzazione perfetta, – fra ragazzini sudati a infornare e giovani ammiccanti a timbrare – riuscendo infine a comprare un po’ di Non, per uno spuntino notturno improvvisato. Oltre che economico, considerato che altro pane ce l’hanno pure regalato.
  • Il vero centro di tutte le città viste in Uzbekistan è il minareto. Gli uzbeki hanno però un rapporto difficile con questa estensione aerea delle moschee: nella storia, sostanzialmente, signori e città non fanno altro che gareggiare a chi ce l’ha più lungo.
  • Il senso di inadeguatezza degli uzbeki verso i minareti ha fatto sì anche che li aggiustassero e li modificassero di continuo, per renderli migliori e più funzionali: prima costruendo le scale fuori per far salire i muezzin, poi spostandole dentro per non farli precipitare, poi mettendoci direttamente gli amplificatori, da quando il muezzin col cavolo che si fa tutte quelle scale per chiamare a raccolta i fedeli. E infine, gettando pure con agio, nel corso dei secoli, le persone sgradite giù dalla loro altezza.
    Insomma: del minareto, loro – come del maiale noi – non hanno mai buttato via niente.
  • Non conveniva essere architetti al tempo dei vari emiri e khan: infatti abbiamo capito che le possibilità per loro erano solo due, nel corso dei tempi. O erano architetti pessimi e quindi i signori, adirati, li facevano uccidere, o erano architetti eccellenti, e quindi i signori, gelosi che la loro maestria andasse al servizio di altri, li facevano accecare.
  • Che siano su piatti, vassoi, utensili, monete, gioielli o su qualunque cosa abbastanza solida da sostenerle, a Bukhara ci sono comunque e sempre incisioni, incisioni dappertutto!
  • I molteplici, cupoliformi mercati coperti di Bukhara (Toki) un tempo erano utili all’opera di cambiavalute, orafi, venditori di tessuti e di cappelli perchè li aiutavano a sopportare il caldo, che sa essere ben deciso in quelle zone. Adesso, servono ai venditori di souvenir, ma con lo stesso, identico, scopo.
  • Più le vedo nelle madrase, nelle moschee o nelle necropoli e più mi innamoro delle decorazioni a muqarnas! Non fossero un tantino impegnative, le vorrei. fra archi e cupole, a casa mia!
  • A vedere le danze tipiche dell’Asia centrale in una delle principali madrase – ovviamente convertite a locale – di Bukhara, penso a come praticamente tutti i vestiti tipici/folkloristici del mondo prevedano donne sostanzialmente molto coperte, e spesso ugualmente sensuali. Mi chiedo quand’è che abbiamo deciso che per essere provocanti le donne debbano per forza essere svestite.
  • L’Uzbekistan è quel paese dove vedi tantissimi bambini con i capelli rasati e tantissime fanciulle con i capelli lunghissimi.
  • Che bella l’ultima sera a Bukhara, in una casa con cortile a cenare – letteralmente – con il cielo in una stanza. Mangiando, per di più e finalmente, il famosissimo e super elogiato Plov!
  • Non che sia stata una conseguenza diretta del Plov – che anzi era molto buono – ma gli ultimi giorni di vacanza hanno visto lottare un po’ tutti noi del gruppo, colpiti a turno e spesso recidivi, con un meraviglioso turbillion intestinale (cit. Marina), accompagnato da record mondiali di corse in bagno e medaglie al merito per chi se ne liberava.

In viaggio

  • In viaggio verso Khiva abbiamo a lungo affiancato il poderoso fiume Amudaryo, che segna il confine con il Turkmenistan: così un fiume e un ponte dividono la repubblica presidenziale laica dell’Uzbekistan dalla dittatura totalitaria che di fatto si è affermata lì accanto.
    Che i confini possano ricordare quello che non vogliamo più diventare.
  • Durante il lungo viaggio abbiamo anche ossessionato di domande la nostra guida, per trarne conoscenze di vario tipo. Oltre alle già sottolineate, e per noi assurde, tipologie di incontri matrimoniali, sono emerse altre particolarità di quel popolo che ce lo possono rendere abbastanza estraneo. Quali? Ad esempio, uno degli sport nazionali, che si chiama Kupkari e prevede due squadre di cavalieri che si contendono la carcassa di una capra. Ma soprattutto il fatto che la benzina, da loro, al litro costa circa 1€!
  • In Uzbekistan se non hai una Chevrolet bianca non sei nessuno. Sono decine, centinaia, migliaia, le Chevrolet bianche dello stesso modello viste durante il nostro viaggio! Capisco che sono praticamente le uniche auto ad essere prodotte nel paese e, quindi, che costano meno… ma ti immagini che fatica ritrovare la tua auto nel parcheggio?!
  • Mentre percorri strade uzbeke più o meno ampie attraverso tutto il paese, ti accorgi che rispetto a noi c’è qualcosa che manca – il pedaggio nelle autostrade, e qualcosa che abbonda – le signore che fanno l’autostop, cercando passaggi improvvisati a pagamento. In comune con noi, l’inconsistente transito dei bus.
  • Nel corrispettivo dei nostri Autogrill, sulle strade uzbeke trovi tutti i beni di prima necessità: molteplici snack, frutta, libri, giornali e… mutandine da circoncisione.
  • Cosa si vede passando nei villaggi in questo Uzbekistan on the road? Mucche in giardino; strutture sovietiche abbandonate nel nulla – perfetta ambientazione da film horror – ; case con i doppi tetti, spioventi fuori per far cadere la neve che si accumula nei gelidi inverni e, oltre un’intercapedine ventilata, pari all’interno per evitare il surriscaldamento estivo; e tanti, tantissimi, pneumatici.
  • Lo pneumatico – ho capito – è infatti un elemento immancabile e polivalente nella gestione degli spazi uzbeka: usandolo come delimitatore di aiuole o ostacolo per gli ingressi delle auto, come cestino dei rifiuti o steccato delle case, come gioco per i bambini o pratico tavolino… gli uzbeki sono senza dubbio i promotori del riuso creativo del pneumatico per eccellenza!

Khiva

  • Eccoci infine giunti nella cittadella di Itchan Kala, dentro Khiva, ultima sorprendente città di questo viaggio! Che non sai se ti sorprende di più per tutti quegli edifici color sabbia e turchese, per le serpeggianti mura dorate, per gli intarsi lignei e gli smalti brillanti, o perché è così ben tenuta, pulita e restaurata da sembrare una piccola Disneyland.
  • Sì, lo ammetto: ho una foto insieme a una sdentata e felice anziana del luogo. Ma non sono stata io ad averla molestata: è stata lei, piuttosto, a inseguirmi per avere una foto insieme! Che strano che fa sentirsi esotici.
  • Una popolazione presente in tutte le nostre tappe, ma specialmente a Khiva, è stata quella dei coreani. Non so se siano discendenti di quei coreani deportati nella Repubblica Socialista Sovietica Uzbeka al tempo dell’URSS o semplicemente turisti della Corea del Sud che approfittano dei fitti e floridi rapporti culturali e commerciali ora presenti fra i due stati: quel che è certo è che non sono per niente timidi. Al punto che una signora coreana incontrata per strada ha praticamente obbligato gran parte del nostro gruppo a partecipare, salutando, alla videochiamata col figlio lontano; mentre un gruppo di giovani coreani a cui abbiamo fatto una foto, ha improvvisato un acceso, divertito, dibattito su quale fosse la migliore squadra di calcio italiana. Ovviamente, per me, non la Juve.
  • Sotto la cupola turchese che subito si nota nella cittadina, riposano i resti di un personaggio particolare, che nella vita non si è fatto mancare nulla: il mitico Pahlavon Mahmud. Oltre a essere un pugile eccezionale del XIII secolo, – tanto da essere famoso per non essere mai stato sconfitto durante un incontro – , quando andò a combattere in India, leggenda vuole che stupì così tanto il sovrano che il re gli promise qualunque cosa in cambio, come dono. Pahlavon chiese allora la liberazione dei suoi connazionali, prigionieri da tempo nel regno, ma il sovrano gli concesse di liberarne solo tanti quanti ne poteva contenere una pelle di mucca. Il muscoloso eroe doveva essere anche un abile matematico, poiché prese una pelle di mucca, la tagliò in strisce sottilissime e, in questo modo, delimitò un’area tanto grande da salvare innumerevoli connazionali. Praticamente era un santo! E così davvero diventò, nel tempo: adesso è infatti il santo protettore della città, e la sua tomba è meta ancora oggi di pellegrinaggi. P.s. Come se non bastasse, oltre a essere estremamente saggio e devoto, divenne anche un poeta dall’immensa fama: il primo poeta che conosco che sia santo e coi bicipiti.
  • Bukhara sta alle minuziose incisioni su metallo come Khiva sta agli incredibili intagli in legno.
  • Passo fra madrase maestose, moschee dalle cupole svettanti, alti o larghi minareti, mura possenti, file di merli all’orizzonte, tombe sopraelevate o foreste di colonne, e sono sempre più convinta che, quando tornerò a casa, ogni edificio che vedrò mi sembrerà banale.
  • Io ci credo che d’inverno anche a Khiva faccia molto freddo, eh… ma non so quanto sia furbo continuare a proporre nei mercatini file di caldissime pellicce e roventi colbacchi a viaggiatori che sudano con trentasette gradi all’ombra!
  • C’è una statua a Itchan Kala – anzi, a essere precisi, ce ne sono due – che mi hanno colpito molto, nella loro semplicità. Mi hanno colpito soprattutto quando ne ho colto il senso, perché, al di là dell’aspetto estetico, celebrano un legame troppo poco celebrato nelle nostre piazze, nella nostra società. La prima statua rappresenta due anziani rilassati, in vesti del luogo, che su uno dei letti uzbeki rialzati di cui ho già parlato, chiacchierano amabilmente e ridono di gusto, mentre sorseggiano un thè. In una piazza vicina, speculari, due bambini con i copricapi uzbeki si sorridono di rimando su una panchina, mentre condividono una grande fetta di melone.
    Le due statue contano e conta la vita che c’è in mezzo e non si vede: quell’amicizia tessuta fra le vie della città, nelle piccole azioni di ogni giorno che rendono memorabile la quotidianità e pieni i cuori, oltre alle tazze. Quell’amicizia concreta e all’apparenza faticosa, perché tocca coltivarla con costanza, ma che dà molto più frutto di quanto ognuno non semini. Un’amicizia necessaria e attuale, che si ritrova espressa nel presente nell’eco viva e scalpitante delle corse e delle grida dei tanti bambini lasciati liberi, in giro a giocare a pallone o a rincorrersi per Itchan Kala da mattina a sera: loro paiono i veri abitanti di questa cittadella un po’ finta. Che, grazie a loro, ritrova un po’ di verità.
  • Nelle città uzbeke non ci sono molti cammelli: giusto uno qua, uno là, sparsi a caso e lasciati lì, dimenticati. Come dei soprammobili di vecchie zie, solo molto più difficili da spolverare.
  • Il minareto Kalta Minor è, a sua insaputa, un inno all’inclusività e alla lotta contro le discriminazioni: con la sua base larga e il suo aspetto panciuto, venne infatti lasciato incompiuto a metà Ottocento, quando sarebbe dovuto diventare il minareto più alto e grande dell’intera Asia centrale. Adesso, però, proprio per quel suo aspetto “ciccioso” che lo rende diverso dagli altri, è diventato di fatto uno degli edifici più conosciuti di Itchan Kala, di Khiva e dell’Uzbekistan tutto: ennesimo esempio che non serve essere del tutto compiuti o “perfetti” per trovare il proprio posto nel mondo.
  • Chi rivestiva di stupende piastrelle gli edifici di Khiva, come la moschea estiva all’interno della cittadella fortificata del Kunya-Ark, doveva essere fortissimo nel gioco del 15, dove scorri le tesserine per riordinare i numeri o per far emergere delle immagini. Solo che doveva farlo con migliaia di piastrelle, per questo numerate!
  • All’interno di Itchan Kala puoi trovare anche una piccola mostra sull’evoluzione del denaro in Uzbekistan. Lì dentro ci trovi di tutto: dal rublo russo con i testi multilingue ai soldi stampati direttamente sulla seta, dalle filigrane a forma di cammello alle banconote “poco tascabili”, lunghe 16 cm. Non credevo che anche i soldi potessero essere così interessanti!
  • Chissà se le tessitrici dei bellissimi tappeti uzbeki usano un modo alternativo per misurare il tempo, dato che, in due, ci possono mettere un anno per finirne uno, e da sole pure tre. Mi piace immaginare la scena in cui una chiede all’altra quanti anni ha suo figlio, e l’altra le risponde, tranquilla: “all’incirca due tappeti!”
  • Se Khiva ha prosperato è anche merito delle distruzioni del nostro caro Amir Temur, che nel XIV secolo rase al suolo la vicina città di Urgench, lasciando più spazio allo sviluppo di Khiva stessa. D’altronde, Amir Temur era sempre in giro a combattere, come si è visto: quello che stupisce, più che altro, sono però i 12-14 figli che nonostante questo gli vennero attribuiti, anche se tutti non gli sopravvissero. Diciamo che, oltre a essere un gran condottiero, sapeva anche come ottimizzare i brevissimi tempi di pace!
  • Entri nella stupefacente, enorme, Moschea Juma, col suo bosco di colonne incise e cronologicamente variegate, e sei catapultato in un attimo nella grande Moschea di Cordoba, con lo stesso rischio di perdertici, incantato.
  • L’incanto ci ha preso anche nel partecipare a uno spettacolo circense all’interno dell’ennesima madrasa di Itchan Kala. La tradizione dei funamboli uzbeki è infatti di remota origine: intere famiglie le si dedicano anima e corpo, compiendo incredibili acrobazie su quei fili oscillanti che ti fanno gioire tanto quanto preoccupare. Specialmente quando sul filo salgono in tre, uno sulle spalle dell’altro, e quello in cima avrà – più o meno – due anni.
  • Anche Itchan Kala, alla fine del nostro viaggio, mi ha confermato poi due indubbie verità. La prima: è impossibile vedere un tramonto brutto, in posti così. La seconda: è impossibile che io venga bene nelle foto, nonostante questi tramonti sontuosi.
  • A conclusione di questo tanto desiderato viaggio è infine arrivato anche il mio compleanno, che, visti gli azzoppamenti e i guai da ottuagenaria, ormai non mi ha neanche troppo turbato. Ho apprezzato molto, invece, festeggiare con i compagni di viaggio – molto cari! – sulla terrazza con vista super panoramica sulla città, con regali e torta a sorpresa… anche se nessuno ha avuto il coraggio di cantarmi gli auguri in uzbeko!
  • Ripartiamo quindi per tornare verso casa, appagati e distrutti, ma ovviamente assaporiamo barlumi di disagio fino all’ultimo, ci mancherebbe. Soprattutto quando, nell’aeroporto di Urgench, dopo avermi fatto fare un breve tratto in carrozzina per superare i controlli, i fantastici tizi del piccolo aerodromo mi hanno condotto alla base delle lunghe e ripide scale di salita sull’areo, mollandomi allegramente lì. Forse lo hanno fatto perché mi volevano ricordare con saggezza che il mondo è fatto a scale: c’è chi le sale, e chi resta – là in fondo – a moccolare.

FINE

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