Cosa ti ha colpito di più di Gino Cecchettin, ieri pomeriggio a Pistoia?

A parte la calca di gente, le tante giovani donne emozionate e attente (i sempre troppo pochi uomini, purtroppo!), i presenti tutti in fermento vivo, sudaticci ma incastrati con vibrante attesa fra scaffali e quadri volanti, con la gente assiepata e fino in strada, a ribadire – se ce n’era bisogno, e purtroppo ce n’è – che di parlare di questioni di genere tanti hanno fame, tanti vogliono capire, imparare di più…

A parte questo che l’accoglieva, cosa mi ha colpito, quindi, di lui?

Credo la gentilezza inaspettata del suo parlare, la tenerezza con cui si è mosso su questioni dolorose e pene profondissime, l’onestà pacata di chi sa di non essere un sociologo, uno psicologo, un esperto di tutto (come molti, invece, di questi tempi!) ma semplicemente un padre, un cittadino, un uomo.

Le sue risposte, portate ad affrontare anche pendii scoscesi e argomenti ardenti dagli interlocutori, non sono mai diventate tribune politiche urlate né proclami da attivista femminista (che pure gli attivisti femministi ci sono, per fortuna, e sono bravi, – cercateli! – come Irene Facheris o Alessio Maronn o tanti altri) ma non per questo hanno perso di precisione e di efficacia.

La sensazione che Gino Cecchettin lascia, anche a chi come me da un po’ legge, ascolta e si informa sulle questioni di genere, è proprio di essere una persona come tante, un uomo comune a cui è capitato addosso un fardello che sarebbe stato insostenibile da sopportare per molti, ma che, a differenza di molti, ha deciso da quella violenza allucinante di imparare.

Di mettersi in gioco lui per primo: nelle discussioni sul femminismo con la figlia Elena, nel ricordo continuo della figlia Giulia, nella fiducia e nella stima raccattata a piene mani a ogni incontro con un pubblico che lo ammira.

Eppure Gino Cecchettin non si vanta, non vuole complimenti né medaglie: ribadisce la sua normalità, i suoi errori, e dice che, semplicemente, un giorno si è impegnato a iniziare a capire, a cercare il significato di parole fraintese prima, come femminismo o patriarcato, a collegare l’enorme ingiustizia subita dalla figlia alle piccole ingiustizie che ogni uomo compie verso le donne nel quotidiano. Giungendo a comprendere che ogni uomo non ha colpa per quelli che ammazzano le figlie altrui, ma ognuno di loro ha la responsabilità di agire con e verso gli altri uomini perché questo non accada più.

Ecco, se dovessi dire a caldo cosa mi ha lasciato Gino Cecchettin, direi l’impressione di essere una persona schiva, autenticamente per bene, onestamente consapevole di stare imparando ogni giorno dagli insegnamenti dei figli, dei giovani, degli esperti, e disponibile a sua volta a usare ciò che via via impara nel concreto per trasmetterlo, con pacatezza ma decisione, a chi lo ascolta.

Gino Cecchettin insegna che qualunque uomo può iniziare un giorno ad aprire gli occhi sul mare di discriminazioni e pregiudizi di genere in cui ci insegnano a nuotare fin da piccoli, e può decidere di non poterne più, di diventare sponda a questo mare di merda, di prenderne atto e concretamente coscienza prima di venire travolti da un’ondata inevitabile di violenza.

L’ha fatto lui, che aveva mille motivi per serbare rancore e ambire soltanto a una vendetta personale, quindi ognuno può.

Gino Cecchettin, – forse è questo che in fondo più colpisce – , ha capito sulla sua pelle quanto il personale sia politico, quanto una violenza sistemica come quella di genere chieda da ognuno una presa di posizione.

E non ci lascia scuse.

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