Parte Seconda – da Samarcanda al deserto Kyzyl Kum

Eccoci finalmente a Samarcanda! Città maestosa e trafficata, caleidoscopica e tanto desiderata! Nonché motivo originale del mio viaggio.
La sensazione, girando per le sue vie, è stata di grand’effetto, e ne consiglio sicuramente la visita, ma vi farò subito uno spoiler: la meta che mi ha colpito e intrigato di più, alla fine del viaggio, è stata Bukhara, città di cui – fino a questa vacanza – non sapevo neanche l’esistenza.
Sicuramente il giudizio è stato anche influenzato dal fatto che Bukhara abbiamo potuto girarla con più calma, gustandocela meglio sia di giorno che di sera, mentre a Samarcanda è stato tutto troppo veloce, troppo pieno, troppo rallentato – ahimè – dal mio ginocchietto infortunato.

Ma incominciamo.

Samarcanda

  • Indovinate a chi è toccata l’unica camera con vasca da salto in alto, cioè con dei bordi così alti e scomodi che ci si sarebbe slogati una caviglia a entrarci pure se si fosse stati coi legamenti interi?? A me, esatto! Evviva!
    (N.d.r. Aggiungo – per dovere di cronaca – che la seconda sera ce l’hanno cambiata. Anche perché altrimenti avrei avuto bisogno dell’aiuto di Tamberi!)
  • Comunque il vero protagonista di Samarcanda, fin da subito, si è rivelato lui: l’unico, inimitabile, mitico, Uluğ Bek! Nipote di Amir Temur, poteva ambire soltanto a distruggere e comandare, proprio come il nonno, e invece fin da giovane fu affascinato dalla conoscenza e dalle scienze: vedendo, durante le conquiste di Tamerlano, il più grande osservatorio del tempo nell’attuale Iran, decise di costruire a Samarcanda il centro astronomico più attrezzato dell’epoca, da cui osservare il sole e le costellazioni, e che dotò di un enorme sestante grazie al quale arrivò poi a calcolare la durata dell’anno siderale con un errore di meno di un minuto! Uluğ Bek fu anche poeta, matematico, storico, oltre a diventare a sua volta sovrano. Secondo voi ebbe una vita lunga, lieta e ottenne in vita il riconoscimento che meritava? Ovviamente no: poiché non conquistava abbastanza territori e si era messo contro i capi religiosi, fu fatto fuori assai presto da una ribellione guidata da suo figlio, andando incontro a una triste fine. Non importa in che anno o paese vivi, insomma: la conoscenza sarà sempre difficile da perseguire e farà sempre paura. Mica come la guerra!
  • Uluğ Bek costruì un sacco di madrase – madrase dappertutto – nel suo slancio di diffusione del sapere. Oggi tante di quelle madrase puoi ancora vederle intorno a te: sono ancora scuole? No, sono negozi o hotel, o hotel e negozi. Questione di priorità.
  • Chi era il nonno illustrissimo di Uluğ Bek? Il feroce condottiero mongolo Amir Temur, che divenne il capo dell’immenso impero timuride nel XV secolo. Questo nome a noi magari non dice molto, perché lo conosciamo di solito col dispregiativo di Tamerlano: la guida ci ha invitato però a non definirlo così, come lo definivano i nemici, ma a me – viste le circostanze – era proprio il soprannome a renderlo simpatico. Tamerlano infatti vuol dire “lo zoppo”: chi poteva capire il suo disagio meglio di me?
  • Più ascolti i racconti della sua storia e vedi l’immensità dell’Asia distendersi sulle cartine e fra gli imperi; più vedi le Vie della Seta e scopri intanto che non era una sola, ma un più vasto reticolo di vie – di cui le più importanti erano ben tre, e acquisirono questo nome solo nell’Ottocento, perché erano in antichità definite più specificatamente in base a ciò che vi veniva commerciato, come “via della pietra”, “via delle spezie”, “via dell’incenso” ecc; più scopri la successione di imperi sconfinati e complesse dinastie; più ne sai di conquiste, invenzioni, ricchezze e stratificazioni culturali, linguistiche e artistiche… Insomma, più diventi consapevole di un’immensità di saperi e storia che si estende su un continente immenso di cui, a scuola, siamo abituati a studiare ben poco – e ancor meno saremo spinti a farlo in futuro, con le nuove indicazioni ministeriali – più ti viene da chiederti: com’è possibile credere che tutto il mondo degno di nota si esaurisca all’Europa o al cosiddetto Occidente? Come si può ridurre il nostro sguardo e restringere i nostri confini così tanto, pensando di essere gli unici saggi, sviluppati, intelligenti? Questa chiusura ideologica e ottusa – se prova qualcosa – prova solo il contrario.
  • Che bella la scalinata ripida prima dell’ingresso nella Necropoli di Samarcanda (Shah-i-Zinda)! E’ vero, la leggenda spinge a contare gli alti scalini d’ingresso per capire la bontà del nostro animo… ma nel mio caso m’interessava di più riuscire semplicemente a salirli, quegli scalini!
  • Se qualcuno mi intralcia non dirò più, da ora in poi, che è “nel mezzo come il prezzemolo” o amenità simili. Bensì gli dirò senza dubbio che è “in mezzo come i cinesi a farsi i photobook in Uzbekistan”! Non se ne poteva più…
  • Se riesci a scansare le cinesi in posa plastica, ad aggirare le foto e a sopportare il caldo, e finalmente ti godi le sontuose e brillanti tombe della Necropoli, però… non puoi che lasciarci gli occhi e il cuore.
  • C’è anche un personaggio femminile che abbiamo imparato a conoscere qui e che ci ha accompagnato fino alla Moschea di Bibi Khanum: appunto la splendida, colta e saggia Bibi Khanum stessa, moglie principale di Amir Temur e discendente di Gengis Khan, che permise al marito di imparentarsi così con il celeberrimo conquistatore, e divenne l’accorta guida politica del regno durante le interminabili campagne militari di Tamerlano, oltre che un’attenta sostenitrice delle scienze, dell’istruzione e dello sviluppo della città. A lei Tamerlano dedicò la Moschea che doveva essere la più grande del mondo: qui, come accade spesso, troviamo però la consueta leggenda-rosa in stile “Novella XII secolo” che racconta come l’architetto della moschea fosse innamorato della consorte reale al punto da minacciare di interrompere i lavori se lei non gli avesse dato almeno un bacio. Dopo mille insistenze, lei cedette, ma il bacio dell’architetto, così bruciante di passione, le restò impresso sulla guancia e, scoperto dal marito al suo ritorno, la condusse a una triste fine.
    La storia non è vera ma ricorda come, indipendentemente dall’epoca, potrai essere anche la donna più saggia, più esperta e più intelligente in circolazione, ma di te si ricorderà essenzialmente chi hai frequentato. E che, anche se a morire sei tu, te la sarai comunque cercata.
  • Eccoci poi al luogo dove Amir Temur stesso riposa, ovvero dove sono custodite le sue spoglie insieme a quelle del suo padre spirituale, del nipote prediletto, dei figli e del mitico Uluğ Bek (che ormai è uno di noi!): ovvero al suo mausoleo. Al di là della Maledizione di Tamerlano che pare colga chiunque cerchi di violare la sua tomba – dagli torto – e all’entusiasmo della guida che si ricordava di quando vide Macron entrare nella cripta per vedere le spoglie proibite, sapete a me cosa ha colpito? Un alto palo, posto sopra una tomba vicina alla sepoltura di Amir Temur, da cui pendeva una specie di spazzola. Cos’era? Un ciuffo di crini di cavallo – ovvio – mi ha detto la guida: stava a indicare, come da tradizione islamica, la sepoltura di un Santo! Che dire? Che cavallo!
  • L’emozione di entrare finalmente nel Registan, di esplorare i suoi cortili e le sue madrase, di farsi accecare dai suoi colori e ipnotizzare dalle sue geometrie ha raggiunto l’apice, per me, nella Moschea Dorata poco distante. Mai nome fu più appropriato: ci entri e capisci come si deve sentire un anello dentro un portagioie. Ci entri e ti rendi conto di quanto può essere blu il blu e quanto può essere oro l’oro. E di come quel blu e quell’oro si fondano meravigliosamente bene insieme in archi, cuspidi, muqarnas, cupole e cerchi concentrici fatti di gioia, di pura bellezza.
  • Come da tradizione, dovunque io e il mio compagno andiamo – specialmente se abbiamo a che fare con valute che ti fanno sentire ricchissimo mettendoti in mano biglietti da migliaia di Sum da spendere senza eccessiva contezza -, è sicuro che riusciamo a essere fregati nei modi più plateali e scontati possibile. Ad esempio, ritrovarsi a pagare delle calamite come fossero rubini.
  • Il vero e inconfondibile segno di ricchezza degli uzbeki, però, è uno e uno soltanto, e ben più pacchiano. È un segno ostentato in maniera compiaciuta, ricercato da uomini e donne, bramato in quantità sempre maggiori, perché segnale di un prestigio indiscusso e di un’innegabile eleganza. Il dente d’oro. In Uzbekistan, non c’è dubbio: più ne hai, meglio stai.
  • A proposito di pacchiano: come non apprezzare lo spettacolo notturno di luci multicolor sparate sul Registan a ritmo cantilenato – ma anche intoglibile dalla mente – di “Samarkaaand, Samarkaand…” che dà l’ulteriore conferma che i luoghi splendidi lo restano anche quando sembra d’essere alla peggior festa paesana di fine estate?
  • E comunque cantare infine “Samarcanda” di Vecchioni nel centro di Samarcanda lì presente e illuminato, per quanto sia un passatempo poco originale, dà dei brividi lo stesso.
  • Un altro tipo di brivido me lo ha dato, invece, intonare a tutto spiano “Sarà perché ti amo” all’uscita di un locale nel centro di Samarcanda, la sera, continuando il canto storto ma entusiasta di un cameriere in servizio che evidentemente la apprezzava. Il nostro duetto improvvisato, però, più che da Ricchi e Poveri, era solo da Stonati e Disagiati!

Lago Aydarkul e deserto Kyzyl Kum

  • Lasciando Samarcanda e i suoi variegati splendori, abbiamo preso la via del deserto, che immaginavamo nel suo morbido ondeggiare, nelle sue sfumature ambrate, nella frusciante sensualità del suo divenire, e invece era… steppasteppasteppa!
  • A parte le aspettative errate, devo dire che è stato bello sperimentare – dopo le dune liquide del Sahara e il deserto di roccia del Wadi Rum – un tipo ancora diverso di deserto, stepposo sì, ma che pare pure vivo, da cui sbucano animaletti o laghi, ad esempio, come quello in cui siamo arrivati noi.
  • Non ho capito se erano più i lago e i suoi frequentatori abituali a essere un’attrazione per noi, o noi a essere un’attrazione per loro. Probabilmente la seconda, e ho capito bene come si devono sentire tutti quei bambini africani o asiatici fotografati dai turisti tipo animaletti esotici, nel momento in cui le massicce signore locali mandavano i loro nipoti a farci il terzo grado, per capire chi eravamo, da dove venivamo e perché eravamo lì. Ficcanaso, ma con stile.
  • Questo fatto che in Uzbekistan le donne facciano il bagno praticamente vestite ha i suoi lati positivi, lo ammetto: addio cerette, ansie da prova costume o da confronti impietosi. L’importante è sguazzare! E se sei con un ampio vestito – cara signora anziana e corpulenta incline a scivolare – magari sì, mettersi pure le mutande!
  • Ecco perché intorno a me, sulle panchine di questo lago che sembrava un mare, c’erano sostanzialmente uomini – da quelli uzbeki con bellissime mutande flaccide ai giovani russi palestrati che facevano sfoggio dei loro addominali: perché, senza capire il cartello, ero finita nella parte maschile della sponda!
  • Spostandoci poi dal lago Aydarkul dentro il deserto di Kyzyl Kum, non potevamo che trovare animaletti tipici del luogo, dal pelo variegato, temibili per i loro artigli e le fameliche zanne, specialmente se in un gruppo e affamati… Ovvero una cucciolata di adorabili gattini! Partoriti da poco da una madre scheletrica e in cerca continua di cibo e di giochi nel cerchio delle yurte dove avremmo dormito. Che belli i gattini, e che voglia di riportarli tutti a casa!
  • La yurta nel deserto è un buon modo per unire riposo e sauna.
  • Che buffi i ragazzi e le ragazze italiane incrociate durante il tragitto e ritrovate poi al campo delle yurte: facevano passare noi da vecchi – come dar loro torto – ma sembrava che la sera avrebbero fatto after e chissà che pazza baldoria… per finire poi, anche grazie a noi, a fissare quella cupola naturale punteggiata di stelle splendenti del cielo e poi andare a letto, quasi tutti, prima di noi.
  • Nella notte il mio compagno si è inoltrato quatto quatto fra le dune circostanti, da cui avevamo visto un tramonto suggestivo, per cercare i più pericolosi animali del deserto. Tornando però, ben presto, sconsolato: solo perché aver trovato un misero riccio, eh… non perché era troppo buio e aveva paura a rimanere a lungo fuori!
  • Stelle molteplici, qualche pianeta, la Via Lattea, innumerevoli satelliti artificiali, aerei a bizzeffe, e a un certo punto – ovvio – la Luna. Pure stavolta, però, manco una stella cadente a pagarla! Anche per quest’anno, insomma, ci siamo giocati i desideri.

TO BE CONTINUED

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