Parte prima: Istanbul e Ankara.
Appena tornata da una splendida vacanza (tanto attesa!) in terra turca, cosa puoi fare per farti del male e ripensare alla tanto grande e varia bellezza sperimentata, se non raccontarla agli altri, a morsetti e assaggini, per goderne di nuovo un po’ anche tu?
Guarda caso, è proprio ciò che ho intenzione di fare qua sotto.
Buona lettura, anzi, buon viaggio!
- Il problema non è organizzare la vacanza in Turchia, partire, affrontare il viaggio in aereo verso Istanbul o gestire i bagagli, il problema è arrivare nel megagalattico aeroporto di Istanbul e non perdercisi dentro!
(Perché sì, solo al ritorno scoprirai che non eri tu a essere impedita, ma era l’aeroporto a essere immenso, con i suoi 76,5 kmq che lo rendono uno dei più grandi al mondo!) - Considerando da quando la città inizia a quando arrivi al tuo albergo in centro, ti viene il dubbio che l’aeroporto forse forse sia proporzionato alla città, che troverai davvero enorme: con i suoi 5400 kmq di estensione e i suoi 18 milioni di abitanti, come la cara guida, in seguito, ti rivelerà!
- Fai un giretto serale, e la prima cosa che noti sono i banchini di street food pieni di…Bretzel. Ti guardi intorno e no, non vedi birre, canederli nè tirolesi di passaggio, quindi non hai sbagliato paese. Scoprirai a breve che quelli sono solo i Simit turchi, pani a forma di ciambella intrecciata che si divertono a sembrare bavaresi.
- Mentre fai una panoramica colazione sul tetto dell’albergo, con un’Istanbul caotica e sonnacchiosa avvolta ai tuoi piedi, a vedere i simpatici gabbiani saltellare sopra i tetti piani e le terrazze a te vicine, improvvisamente hai come un déjà vu, che non ti spieghi. Poi, d’un tratto, ecco cos’era! Un ritorno di memoria romana: con i soliti tetti piatti, il solito caos fascinoso e soprattutto, i soliti gabbiani molesti.
- Da quel momento in poi non potrai non notare le mille similitudini di Istanbul con Roma: entrambe sorgono su sette colli; entrambe convivono con gabbiani, gatti e rovine antiche che spuntano qua e là a casaccio, anche in mezzo ai marciapiedi; entrambe hanno una storia millenaria e ricchissima, ed entrambe hanno mezzi di trasporto puntuali ed efficien… Ah, no, mi sbagliavo: quelli li ha di sicuro soltanto Istanbul!
- Ci sono così tanti gatti in tutti i luoghi e in tutti i laghi di Istanbul (e della Turchia tutta) che riterresti impossibile riuscire ad accarezzarne ciascuno, pur volendo. Ebbene no: il tuo ragazzo ti dimostrerà fin da subito che invece è possibilissimo, toccando gatti per giorni (senza prendere tigna e affini), e aggiungendo durante la vacanza pure le carezze a paperini, tartarughe e ricci di passaggio, se necessario.
- Le poche, vecchie, case ottomane di legno rimaste a Istanbul sono curate e graziose come grandi case di bambola. Con dentro, però, uffici immobiliari.
- Visiti la Moschea di Solimano – la prima di una lunga serie di moschee che visiterai – e impari subito che a Istanbul le moschee flexano di continuo la loro importanza, ostentando platealmente i loro minareti: ci sono moschee con quattro o addirittura sei minareti, che è il massimo possibile per non superare di numero quelli della Moschea de La Mecca, ma che sono numerosi abbastanza per dire: guardate quanto sono bella, guardate quanto sono ricca!
- Fin da subito, appena arrivi in Turchia impari che, sotto forma di statuina, bandiera, tappeto, statua a cavallo, portachiavi, penna o scatola di thè, Atatürk è come il nero: sta bene su tutto.
- Più giri per Istanbul più inizi a notare che ci sono spazi di preghiera in ogni dove. Considerando quante sono le innumerevoli piccole e grandi moschee sparse dappertutto, fino a quelle minime nei Bazar o dentro l’aeroporto, per cinque volte al giorno ti accorgi che molti (certo non tutti) i musulmani presenti in città si fermano a pregare in ogni dove, interrompendo pure il lavoro o le attività che stanno svolgendo. E se questo a un occidentale medio può sembrare anacronistico, spinge però a una certa ammirazione, al riconoscimento di una costanza di devozione e di impegno che così male, poi in fondo, non è.
- Che le donne dovessero coprirsi la testa e le spalle per entrare nelle moschee si sapeva, ma quello che faceva davvero ridere, nel nostro gruppo, erano i baldi maschioni presenti che, per non incorrere in rimproveri, si abbassavano i pantaloncini corti in modo che coprissero anche le ginocchia, come richiesto, ritrovandosi a camminare insieme come una simpatica colonia di pinguini.
- Le parole della nostra brava guida, che ci racconta il motivo per cui le donne devono coprirsi dentro la moschea, ovvero perché le parti scoperte potrebbero distrarre gli uomini – che sono deboli – dalla preghiera, oltre a confermare quanto il patriarcato sia fortemente presente pure in quel paese, ci ricorda anche come, di pari passo, esso svilisca in primo luogo le donne ma consideri, però, parecchio scemi gli uomini, visti come animali imbelli, incapaci di resistere alla vista di una spalla o di un polpaccio femminile!
- I gatti di Istanbul sono come le Barbie: c’è il gatto da strada, quello da museo, quello da traghetto o da negozio e sì, c’è pure quello da moschea, che si aggira ben felice sui grandi tappeti scansando con ostentazione i fotografi molesti.
- Elemento particolare e riconoscibile in molte moschee sono le grandi uova di struzzo appese agli enormi lampadari circolari, dove un tempo ardevano innumerevoli candele da accendere una dopo l’altra: le uova servivano per tenere lontani gli insetti, si credeva, ma pure, a mio avviso, a rendere la vita più difficile e i movimenti più delicati agli antichi, pazienti, accenditori di candele infinite.
- Esci accaldata e stanca dalla Moschea di Solimano e una terrazza improvvisa rivela la maestosa bellezza di una città gigantesca che sono tante, abbandonata fieramente e mollemente sulle due sponde, consapevole di essere un po’ Europa e un po’ Asia, ma nessuna delle due davvero. Ti perdi in quella serie di cupole, torri, ponti e moschee brillanti di sole e di mare, e sai che quella vista, da ora in poi, non la scorderai mai più.
- La Turchia, per quello che ho visto, è davvero un pugno allo stomaco di bellezza e furbizia, mistero, gioia e degrado, tanto che appena ti allontani da quella vista galattica, un giovane turco ti chiederà di scambiare in monete gli euro del tuo ragazzo e ci riuscirà, sì, ma fregandogliene una decina, con un’abilità da prestigiatore che lo lascerà più incantato che arrabbiato.
- Nei cimiteri musulmani si usano due lapidi: una, più alta, che segnala la posizione della testa, una, più bassa, che segnala quella dei piedi. È quando ne vedi qualcuna con le due lapidi uguali che qualche perplessità ti viene.
- Mentre percorriamo le ciclopiche mura che circondano la città, mi viene spontaneo far presente agli altri del gruppo che la presenza delle file di mattoni intervallate alle rocce serviva per renderle più resistenti ai frequenti terremoti. Loro non sanno ancora che questa informazione deriva dalla puntata su Istanbul del magico Alberto Angela, vista appena prima della partenza, e che avremo altre chicche da diffondere durante il viaggio, grazie a cui vantarci…muahahah!
- Le mura teodosiane hanno subito nei secoli assedi su assedi, rimanendo l’ultimo, strenuo, baluardo della difesa di Costantinopoli. Almeno fino al 1453, quando il sultano Maometto II riuscì finalmente a conquistarla, aprendo la terza grande fase della vita della città immortale, quella governata dagli ottomani. Ci riuscì, tra l’altro, aggirando la grande catena che bloccava le acque del Corno d’Oro, facendo passare di notte le sue navi su grandi passerelle di legno, fin dentro il porto. Episodio questo che insegna come sempre, nelle piccole grandi occasioni di conquista, quello che serve, è vero, sono in primis forza e fortuna, ma anche, di certo, una bella dose di inventiva.
- Mentre scopriamo la città, vedendo le molteplici distruzioni sismiche e le altrettanto, continue, instancabili ricostruzioni, penso a un nuovo, bellissimo, complimento da poter fare: sei resistente come la Turchia ai terremoti.
- Oltre alle innumerevoli moschee, in giro per Istanbul trovi anche chiese ortodosse, qualche sparuta chiesa cattolica e qualche sinagoga, che convivono nei quartieri pacificamente, così come fra loro chiacchierano donne in burqa e in minigonna, o si incrociano per le strade viaggiatori europei, africani, medio ed estremo orientali. Tutto normale. Eppure, per i nostri tempi cupi, sembra quasi una stranezza.
- Comunque l’ho capito: l’hanno chiamato Bazar degli Egiziani perché Bazar SpennaTuristi suonava male!
- Un elemento che nei Bazar è sempre assente, e non me ne capacito, sono i cestini: quando, al millesimo assaggino di ottimo thè, non sai più dove mettere la lunga fila di bicchierini, saresti tentato di comprarne un po’ a un venditore solo perché, gentilmente, lui ti offre di buttarteli via tutti.
- Altro che tappeti, spezie, thè e baklave: i Bazar di Istanbul sono in primo luogo l’indiscusso, solido, sicuro regno del tarocco. E non sto parlando di arance.
- Che meraviglia navigare nel Bosforo, di fronte alla bellezza di questa città imponente eppure quotidiana! Dove ti sembra davvero di essere cittadino del mondo, attraversando questo spettacolo di metropoli che si cuce, coi suoi ponti, due continenti come vestito!
- Sul Bosforo ci sono navi da crociera che sembrano condomini in movimento, palazzi scintillanti di cristalli e di marmi, case ipermoderne costosissime in cui i ricchi salgono, dal livello del canale, con una funicolare privata (!)… eppure nulla ci ha fatto saltare di gioia all’improvviso quanto il piccolo branco di delfini che ha accostato, saltellando, la nostra imbarcazione!
- Sul Bosforo ci sono castelli rinascimentali costruiti in tre mesi, il ponte stradale e ferroviario a campata unica più lunga del mondo, il quinto ponte sospeso più lungo al mondo… Eh, ma sono “solo” turchi, nulla a che fare con l’Italia!
- Ben presto, quando giri per la città, ti rendi conto che le bandiere turche (enormi, grandi, piccole, microscopiche) sono proprio dappertutto. Eppure tutt’altra emozione è guardare la volta notturna – scura, misteriosa, ennesima cupola della città – e scorgere lì la mezzaluna più bella di tutte.
- A guardare dall’alto, da un ristorante glamour e panoramico, il centro di Istanbul al tramonto, capisci meglio perché il film si chiami “Rosso Istanbul”, e anche perché uno come Özpetek, a questa brulicante, enigmatica, incasinata e splendente città, resti sempre e comunque tanto legato.
- E mentre da un lato osservi la grandiosità placida della metropoli addormentata che respira piano, dall’altro ti stupisci a notare i piccoli dettagli che la animano: due amici seduti, su un tetto piano nell’oscurità che avanza ma vista mare, che parlano di chissà quali avventure o magagne quotidiane.
- Cenare con vista su Istanbul e il colore del suo tramonto nel piatto è già tanto, avere pure il sottofondo dodecafonico dei muezzin che chiamano in serie alla preghiera cullandoti il pasto lo è ancora di più.
- Istanbul è quel posto dove in una mattina visiti chiese coperte di ferro e caffetterie coperte di gatti.
- Uh! La street art di Fener e Balat! E accanto la solita, immancabile, decadenza e degrado!
- Che la lingua turca non sia per nulla comprensibile a un italiano è super evidente, ma al cartello con l’omino che scappa da una mega onda, pure senza la scritta sul rischio “Tsunami”, ci saremmo potuti arrivare lo stesso.
- Cosa c’è di più strano che comprare degli albi illustrati nel Gran Bazar? Comprarli e costringere amabilmente la nostra cara guida turca a tradurli in tempo reale, con nostro innegabile divertimento e suo incontestabile imbarazzo.
- Istanbul è quella città in cui, che tu sia in piazza, al Gran Bazar o in un museo, ti continuerai a perdere senza sosta. E non solo metaforicamente.
- Che delusione, per chi è con te e adora il kebab, capire ben presto che Istanbul non è tutto un fiorire di kebabbari a ogni angolo, come aveva sperato, ma una sequela di banchetti dove si vendono piuttosto le inusuali pannocchie arrosto o le molto fresche e accoglienti… caldarroste di fine luglio!
- E allora dillo, cara Istanbul, che vuoi strafare con il tuo ippodromo romano trasformato in piazza, dove puoi trovare, a distanza di pochi metri, un obelisco egizio, una colonna greca, un obelisco romano e una fontana tedesca di fine ottocento, il tutto circondato da moschee ottomane!
- Il dialogo fra i tre grandi monoteismi dovrebbe essere la cosa più ovvia e facile del mondo, almeno a guardare l’albero genealogico che, fuori dalla Moschea Blu, riassume in un unico colpo d’occhio ecumenico e confortevole Abramo, Isacco, Ismaele, Gesù, Maria e Maometto.
- Santa Sofia non è più chiesa cristiana. Non è più solo museo. Non è più solo moschea. Insomma, sa solo quello che non è. (Ma ci passeggi dentro e capisci ciò che è stata.)
- Con rabbia e disapprovazione la nostra guida ci fa notare come, dentro Santa Sofia, le parti più basse dei magnifici mosaici bizantini manchino perché frotte di turisti del passato hanno portato via tasselli su tasselli come ricordo. Hai voglia a terremoti: non c’è niente che fa più danno della barbarie degli incivili.
- Non mi capacito perché la gente, in tutto il mondo, appena vede uno specchio d’acqua di qualunque tipo, non resiste a buttarci dentro monetine a vanvera! Questo mi chiedo, assai perplessa, osservando il fondo deturpato della luccicante Basilica Cisterna.
- Ci dev’essere una certa gioia masochistica, nel turista medio, che lo porta a voler essere umiliato pure pagando: altrimenti non si spiega perché uno dovrebbe ordinare un cono gelato proprio a Istanbul, con tutti i giochetti acrobatici e i famosi abbocchi che i gelatai ti fanno prima di dartelo.
- Non è facile, se esci la sera a Istanbul alla “semplice” ricerca del mare, poi trovarlo davvero: non ti aspetti infatti che sia una meta così difficile da raggiungere, almeno finché non vedi che praticamente c’è una superstrada a correrci dentro.
- Altro ostacolo da superare per guadagnarti una cenetta vicino al mercato del pesce di Istanbul è essere capace di uscire viva dagli assalti multilaterali e asfissianti dei butta dentro, che più che a pesci gustosi e tranquilli ti fanno pensare a branchi di piranha da un pezzo a digiuno.
- Fare il compleanno viaggiando, e in particolare viaggiando per Istanbul, è l’unico modo per rendere il compleanno qualcosa di bello.
- La lunghezza del viaggio in bus per arrivare da Istanbul ad Ankara è direttamente proporzionale alle meraviglie, disseminate dal Paleolitico fino ai romani, che troverai nel suo Museo delle Civiltà Anatoliche.
- Chissà come facevano i popoli neolitici a sapere precisamente quali forme e quali pieghe prende il corpo di una donna quando è obesa? In tempi in cui lo stile di vita sicuramente aveva come ultimo problema il sovrappeso, constatare che le forme straripanti di certe Dee Madri sono così realistiche e accurate, fa spuntare più di un legittimo dubbio.
- Poveri assiri, schiacciati nel nostro studio della storia da ben altre popolazioni più ingombranti! Perché osservare decine di tavolette scritte in caratteri cuneiformi racchiuse nelle loro confezioni d’argilla, da rompere quando arrivavano al destinatario, è un vero colpo al cuore! Specie se, fra rapporti commerciali e orazioni religiose, noti che fra queste lettere d’altri tempi ci sono pure quelle che contenevano poesie d’amore.
- Ancor più degni di rivalsa, però, sono gli ittiti, presenti al museo con bassorilievi e statue straordinarie. Proprio loro, che a scuola sono studiati per essere certamente dimenticati!
- Alla fine del percorso nel museo, accende i nostri animi un popolo proprio mai sentito, tali Urartu, che però scopriamo d’un tratto più familiare di quanto non crediamo: ci hanno raccontato, infatti, che forse sono loro, migrando dall’est della Turchia, alle origini di quel popolo etrusco da cui veniamo e a cui viviamo in casa.
- Legge di Burak: per quanto tu possa pensare di visitare in modo rapido un museo o un sito archeologico, la velocità che la tua guida si aspetterà da te sarà sempre al di sopra delle tue capacità.
